Idee
Da secoli, nella abbazia di Santa Giustina, a Padova, un corpo viene venerato. La tradizione lo identifica con san Luca, il medico di origine greca compagno di viaggio di san Paolo, autore del terzo Vangelo e degli Atti degli apostoli. L’evangelista che, con uno sguardo da cronista, racconta l’infanzia di Gesù e che avrebbe raccolto direttamente dalla voce di Maria i ricordi delle origini, secondo un’antica tradizione arrivando addirittura a dipingerle uno più ritratti.
Quel corpo custodito nella cappella della basilica è però davvero il suo? E se non lo è, di chi sono quelle ossa? La domanda a un certo punto è uscita dal campo della sola devozione quando, nel 1998, l’allora vescovo di Padova Antonio Mattiazzo istituisce una commissione interdisciplinare composta di esperti in varie materie, tra cui storia, biochimica, zoologia, paleopatologia, numismatica, palinologia (lo studio dei pollini) e genetica. Tra questi anche Guido Barbujani, docente all’Università degli studi di Ferrara e tra i più noti studiosi italiani di genetica delle popolazioni, che oggi torna su quella vicenda con il libro Un evangelista e il suo dna. Una storia di reliquie e di scienziati (Laterza 2026, 192 pp., 18 euro), che riprende ampliandolo un volume già uscito nel 2014 con Einaudi.
Quell’indagine, durata anni, ha prodotto molti dati, ma non certezze assolute, ed è forse proprio questa la lezione più interessante: «Tutto fu impostato con grande lucidità – racconta Barbujani – Fu detto a ognuno di lavorare secondo la propria competenza; allo stesso tempo era evidente che nessuno possedeva singolarmente conoscenze abbastanza vaste per trarre delle conclusioni definitive». Dal punto di vista genetico, tuttavia, qualche elemento emerge: «I dati sono compatibili con la tradizione che vuole Luca originario della Siria, mentre è improbabile che si tratti di un individuo di origine italiana o greca».
Paradossalmente alcune delle informazioni più interessanti sono arrivate da dettagli che all’inizio sembravano marginali: «Ad esempio l’analisi di resti di serpenti trovati nella sepoltura. Si tratta di specie italiane, e questo dimostra che già intorno al 5° secolo il corpo si trovava a Padova». Un dato che ha portato molti studiosi a concordare su una possibile traslazione delle reliquie da Costantinopoli in epoca tardoantica, forse sotto l’imperatore Giuliano l’Apostata. Più controversa invece la datazione al radiocarbonio: «Questa ci dice che si tratta del corpo di un uomo morto probabilmente intorno al 300-350 d. C.; c’è però un margine di errore, con il quale si arriva a collocare la morte al massimo al 150, non prima», spiega Barbujani. Un elemento che si accorda con una delle ipotesi sulla figura dell’evangelista: quella secondo cui Luca non sarebbe stato un testimone diretto degli eventi narrati, quindi un conoscente diretto di Paolo di Tarso e di Maria, ma un autore della seconda o terza generazione cristiana.
Quello che è certo è che il corpo è stato oggetto di venerazione già in età molto antica, come si intuisce dal fatto che ci sia pervenuto pressoché integro, a parte il cranio che si trova a Praga, e che sia stato imbalsamato ed esposto in Grecia, come indicano i pollini di una pianta che cresce solo lì. Se poi si tratti proprio di uno degli evangelisti, per il momento non è dato sapere con certezza. Ancora una volta insomma la scienza può aiutare a chiarire il contesto, non sciogliere completamente il mistero.
Il libro di Barbujani, non è però soltanto il resoconto di un’indagine, ma anche un racconto di viaggio e di incontri. Per seguire le tracce della tradizione, lo studioso è arrivato fino in Medio Oriente, tra Aleppo e le rovine di Palmira, a “caccia” di dna con cui confrontare quello estratto dal corpo custodito a Santa Giustina (per l’esattezza da due denti). «Quando ci sono stato, alla fine del secolo scorso, la Siria era ancora un luogo dove sopravviveva una forma molto particolare di convivenza tra gruppi diversi: musulmani sunniti, sciiti, alawiti e le varie confessioni cristiane. Solo ad Aleppo c’erano ben sette diversi vescovi cattolici, tra melchiti, maroniti, armeni, latini, siriaci e caldei – ricorda Barbujani – Certo quella degli Assad era una dittatura spietata, eppure in quel sistema fragile coesistevano comunità differenti». Un mondo che oggi appare distrutto: «Quella convivenza è stata completamente sfasciata, purtroppo anche con la collaborazione di noi occidentali».
Nel libro emerge anche un lato meno noto della ricerca scientifica, fatto di viaggi, incontri e imprevisti. «Di solito lavoro davanti a un computer, non faccio l’Indiana Jones – sorride – In questo caso però mi sono trovato in un’avventura che non avevo previsto». L’esperienza non lo ha trasformato in credente: Barbujani resta uno scienziato dichiaratamente laico; tuttavia il contatto con uomini di fede ha lasciato un segno: «Ho incontrato persone che rispetto moltissimo, dallo stesso vescovo Mattiazzo a padre Castellana, un bravissimo archeologo francescano che ha dedicato la vita allo studio e alla ricerca – racconta – Insieme ci siamo confrontati a lungo e con rispetto pur restando su posizioni diverse».
E il rapporto tra scienza e fede? Per Barbujani non è uno scontro inevitabile: «Preferisco parlare di coesistenza», dice citando le riflessioni dell’evoluzionista Stephen Jay Gould sui “magisteri non sovrapposti”: ambiti diversi della conoscenza che non coincidono, ma neppure si escludono. «Gli scienziati possono studiare i fatti osservabili, le convinzioni religiose appartengono a un’altra sfera. Cercare di dimostrare scientificamente l’inesistenza di Dio, o viceversa, mi sembra poco interessante: è più utile confrontarsi con persone intelligenti che la pensano diversamente».
Quanto alle ossa di Santa Giustina, Barbujani è tornato a vederle più volte: «Non provo sentimenti particolari davanti ai resti materiali, mi vengono piuttosto in mente ricordi, storie, persone». Forse è proprio questo il punto. Che si tratti davvero dell’evangelista o di un altro antico santo, quel corpo continua a raccontare qualcosa: non solo sulla nascita del cristianesimo, ma anche sul modo in cui storia, fede e scienza cercano – ciascuna a suo modo – di interrogare il passato.