Fatti
Quasi mezzo secolo dopo, il servizio sanitario universale scivola sempre più verso la “sussidiarietà privata”. Lo conferma esplicitamente il terzo “Focus tematico” dell’Ufficio parlamentare bilancio (pubblicato il 31 marzo scorso): «La natura ibrida del servizio sanitario italiano è riconducibile, in parte, a scelte adottate al momento dell’istituzione del Ssn. In Italia è stato mantenuto il sistema delle convenzioni con soggetti privati, successivamente sostituto dal meccanismo dell’accreditamento. Il ruolo dei produttori privati si è rafforzato in particolare nei primi anni Novanta e nel secondo decennio degli anni Duemila. In quest’ultimo periodo si è osservato un ridimensionamento del Ssn, accompagnato da una significativa contrazione del personale, che ha ridotto il contributo del sistema pubblico alla produzione di servizi sanitari a favore di quello privato».
L’istantanea, il decreto e i fondi
Il “mercato della salute” nel 2023 valeva 192,4 miliardi di euro. Soltanto i servizi ospedalieri incidevano per 13,8 miliardi, ma soprattutto garantivano 110 mila posti di lavoro. Eppure, quando si è trattato di “governare” il prezzo dei carburanti, da Palazzo Chigi il decreto numero 33 del 18 marzo per tagliare di 25 centesimi le accise, nell’arco di venti giorni ha imposto il maggior taglio di risorse al Ministero della sanità: 86 milioni di euro. D’altro canto, il Sistema informativo anagrafe dei fondi sanitari (Siaf) ne certifica la crescita continua: 324 nel 2023 (di cui appena 13 come integrativi del Ssn) per una spesa erogata di oltre 3 miliardi di euro. Gli italiani iscritti ai fondi sanitari sono più che raddoppiati in dieci anni: 16,3 milioni di cui 13,4 lavoratori e solo 500 mila pensionati.
In Veneto si privatizza
Lapidario Carlo Cunegato, consigliere regionale Avs: «Ogni cittadino veneto spende 847 euro di sanità privata, contro una media italiana di 730. I veneti pagano due volte: prima le tasse e poi le cure, un servizio che è diventato merce». E contabilizza: «La spesa pubblica regionale è di 12,2 miliardi di euro, ma 2 finiscono al privato convenzionato. Intanto i veneti pagano 4,11 miliardi out of pocket – di tasca propria – il privato puro. Risultato? 10 miliardi al pubblico, 6 al privato. La sanità veneta, già oggi, non è più davvero pubblica». L’Ulss 6 Euganea deve gestire decine di accordi di convenzioni, senza poter controllare davvero e in dettaglio l’erogazione dei soldi pubblici. Agli atti, una mole di intese, budget, proroghe e verbali.
Ma basta qualche esempio: Iniziativa Medica srl per la radiologia diagnostica nel 2026 incasserà poco più di 3,2 milioni di euro: significa un’«erogazione mensile attesa» di 269.525 euro. Oppure Synlab (che fa capo alla multinazionale con sede a Monaco) soltanto nel poliambulatorio principale di Padova riceverà in convenzione 11,7 milioni di euro. Si tratta delle prestazioni di laboratorio analisi 1.020.665,25 di euro, di radiologia diagnostica 1.648.960, di cardiologia 967.562,41, di oculistica 24.791,41, di riabilitazione 1.675.237,31, di ortopedia 111.882,42, di neurologia 34.000 e di radiologia 6.305.396,52. E la Casa di cura di Abano, in proroga, ha ottenuto da via degli Scrovegni l’assegnazione di 8,8 milioni di euro come “tetto di spesa Fuori Veneto”.
A gennaio la Regione ha pubblicato la Relazione Socio sanitaria 2025 del Veneto, dove si legge: «L’attività erogata dalle strutture private accreditate nell’anno 2024 risulta pari a circa 2,036 miliardi di euro (incluse le strutture Ipab) che rappresenta il 16,5 per cento del totale dei costi di produzione del conto economico consolidato del Ssr». Si traducono in 90.979 ricoveri per residenti (15,7 per cento del totale in Veneto) e 37.365 per residenti extra-Regione. Più oltre 8 milioni di prestazioni specialistiche ambulatoriali e 155.276 accessi al Pronto soccorso (8,3 per cento del totale).
La sanità privata conta su 27 ospedali, 513 strutture per anziani, 422 per disabili, 183 centri di salute mentale, 15 hospice e 22 strutture di riabilitazione funzionale.
E la “rivoluzione” con il Pnrr?
Il monitoraggio dell’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) alla fine dell’anno scorso offre un quadro sintomatico: 781 case di comunità con almeno un servizio attivo rispetto alle 1.715 programmate. Quelle con tutti i servizi obbligatori attivi e con la presenza medica e infermieristica sono appena 66, cioè meno del 4 per cento. E sono 219 quelle dotate di tutti i servizi obbligatori ma senza medici e infermieri.
Giancarlo Ruscitti è il nuovo direttore generale dell’Area sanità e sociale della Regione del Veneto, succedendo a Massimo Annichiarico. Laureato in medicina e chirurgia, è già stato al vertice della sanità veneta dal 2006 al 2010.