Chiesa
Chi entra in chiesa durante il tempo di Quaresima dovrebbe vedere il deserto che sono questi giorni. Per tutto il periodo andrebbero tolti i fiori, tranne in quell’eccezione soave che è la domenica “Laetare”, in cui il clima si ingentilisce come il rosaceo che riveste i ministri ordinati. Negli altri giorni, feriali o festivi, sarebbe bene rimanesse solo un mazzo di fiori recisi accanto al tabernacolo, a indicare la presenza reale del Signore. La durezza del marmo spoglio ha la capacità di suggerire in modo viscerale qual è la condizione dell’uomo lontano da Dio, ponendoci di fronte al nostro bisogno di salvezza. L’eloquenza della pietra nuda non riusciremo mai a imitarla con l’aiuto di discorsi, cartelloni, o sassi e sabbia sparsi nell’aula liturgica nel tentativo di creare una “scenografia”.
Analogamente, in Quaresima tace la parola che sale dal nostro cuore – alleluja –, non si intona più il Gloria e anche la voce dell’organo e degli altri strumenti musicali deve prendere un tono dimesso o addirittura restare muta. Il colore cupo delle vesti del celebrante, il silenzio, la spoliazione dello spazio sacro dicono che stiamo camminando verso la meta sperata: la Pasqua. Che tutta la vita, senza il Signore, non è che un deserto arido, sterile. E un segno fondamentale potrebbe allora emergere dalla nudità delle chiese, quasi sgorgarne: la memoria del battesimo. L’aspersione dell’assemblea – magari in occasione della terza domenica, quella della Samaritana – ci riporterebbe al sacramento che è fonte della nostra fede, su cui ha scelto di fondarsi l’attuale stagione ecclesiale che guarda alle vocazioni ai ministeri battesimali.