Fatti
Non solo tipici e, soprattutto, non solo per pochi ma per tutti. Sani, controllati e rispettosi delle persone che li hanno prodotti e dell’ambiente nel quale sono stati ottenuti. Così devono essere gli alimenti: base di civiltà oltre che di sostentamento. Alimenti sicuri, oltre che buoni sotto tutti gli aspetti. Il tema non è di poco conto, tocca molteplici aspetti del vivere sociale e dell’economia. Ed è direttamente collegato alla salute di tutti noi.
Proprio la relazione tra salubrità e commercio di ciò che arriva sulle nostre tavole è sempre di più uno dei temi oggetto di attenzione. Lo hanno sottolineato, ultime solo in ordine di tempo, Filiera Italia e Eat Europe, due delle associazioni rappresentanti delle imprese attive nella filiera alimentare nel nostro Paese e in tutta la Ue. L’occasione per tornare sul tema è più che concreta: “Le ripetute segnalazioni ricevute – si legge in una nota diffusa negli ultimi giorni – da produttori aderenti, in particolare nel settore del pomodoro, che denunciano un aumento significativo delle importazioni sleali da paesi terzi generando preoccupazione della filiera, sia in termini di concorrenza che di sicurezza per i consumatori”. E’ in questo passo che, di fatto, è sintetizzata tutta la questione: le regole da rispettare per assicurare che gli alimenti sui mercati (nazionali e internazionali) siano sicuri. Ancora Eat Europe sottolinea: “Mentre i produttori dell’Unione Europea garantiscono i più alti standard di sicurezza al mondo, una quantità crescente di semilavorati del pomodoro provenienti da paesi terzi, in particolare da Egitto e Cina, entra nel mercato senza offrire le stesse garanzie in termini di standard produttivi”. Per capire meglio, basta guardare a ciò che tecnicamente si chiama “non-conformità sanitaria”. I semilavorati di pomodoro provenienti dall’Egitto, per esempio, avrebbero mostrato “gravi e ripetute violazioni dei limiti massimi di residui di pesticidi durante le ispezioni alle frontiere, nonché una marcata mancanza di reciprocità rispetto all’approvazione delle sostanze chimiche e alle pratiche agricole sostenibili”. Quello del pomodoro, d’altra parte, è un caso tra molti.
Regole, dunque, da rispettare. E reciprocamente. L’ostacolo in fin dei conti è sempre lo stesso, quello, tra l’altro, che ha frenato il negoziato prima, la firma poi e adesso l’applicazione dell’accordo Ue-Mercosur così come di pressoché tutti gli accordi di libero scambio con il Vecchio Contente.
Ma quindi che fare? Lo strumento per agire ci sarebbe già e si chiama Regolamento Omnibus “Food & Feed” che – presentato da poco e non ancora approvato – conterrebbe tutto ciò che serve: regole semplici, razionali e applicabili. Oltre a questo, Eat Europe e Filiera Italia (così come le altre associazioni agricole e agroalimentari) ritengono sia davvero fondamentale “assicurare piena trasparenza lungo la filiera, a partire dall’obbligo chiaro di indicazione in etichetta dell’origine, intesa come Paese di coltivazione, delle materie prime utilizzate nei prodotti trasformati”. Allo stesso tempo, Eat Europe sottolinea la necessità che lo stesso livello di protezione garantito all’interno dell’Unione Europea sia applicato anche negli accordi di libero scambio, evitando qualsiasi forma di dumping normativo.
Chiarezza e correttezza appaiono così essere i veri capisaldi di una filiera agroalimentare che sia davvero al servizio dell’umanità. Principi che dovrebbero essere condivisi da tutti o, almeno, da chi non agisce nell’ombra e naviga nella palude della disonestà.