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Dove si manifesta Dio? È una domanda antica, ma anche profondamente contemporanea. A formularla, nel Vangelo di Giovanni, è Giuda Taddeo, uno dei Dodici: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?”. È la domanda di chi cerca un segno evidente, una presenza capace di imporsi e di raggiungere tutti. Gesù risponde indicando una strada diversa: Dio si manifesta nella relazione con chi lo ama e custodisce la sua Parola. È anche da questa domanda che vogliamo partire per celebrare la memoria dei santi apostoli Simone e Giuda, che la Chiesa celebra il 28 ottobre. Due nomi poco raccontati nei Vangeli, ma appartenenti al gruppo dei Dodici. La loro memoria richiama le origini della comunità cristiana e una testimonianza maturata lontano dai riflettori, attraverso la fedeltà alla chiamata ricevuta.
Le informazioni più sicure su Simone e Giuda provengono dal Nuovo Testamento. I tre Vangeli sinottici, Matteo, Marco e Luca, li inseriscono negli elenchi dei Dodici scelti da Gesù. Simone è chiamato “lo Zelota” da tutti e tre. Giuda, invece, è indicato da Matteo e Marco come Taddeo, mentre Luca lo presenta come “Giuda di Giacomo”. Il Vangelo di Giovanni lo distingue da Giuda Iscariota chiamandolo “Giuda, non l’Iscariota”. Dell’appellativo “Zelota” riferito a Simone non è possibile ricavare molto di più. Potrebbe indicare una particolare sensibilità religiosa o politica, ma non consente di affermare con certezza che egli fosse membro del movimento degli zeloti. Giuda è invece protagonista di uno dei pochi dialoghi personali che lo riguardano. Durante l’ultima cena domanda a Gesù: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?”.
La risposta di Cristo è sorprendente: “Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. La presenza di Dio non si impone attraverso il clamore, ma si riconosce nell’amore e nell’accoglienza della sua parola.
È una prospettiva che tocca anche l’esistenza di oggi; la fede non rimane confinata nelle celebrazioni o nelle grandi occasioni: prende forma nelle relazioni, nelle scelte, nel modo di affrontare una difficoltà, nel perdono, nella cura di chi è fragile. Una parola evangelica diventa così concreta quando modifica il modo di guardare e di stare accanto agli altri.
Oltre ai pochi riferimenti del Nuovo Testamento, le notizie sulla vita dei due apostoli diventano meno certe. Fonti cristiane successive hanno conservato diverse tradizioni sulla loro attività missionaria: Giuda è stato collegato soprattutto alla predicazione in Mesopotamia e in Armenia, mentre per Simone sono stati indicati differenti territori dell’Oriente. Le testimonianze non sono concordi e non permettono di ricostruire con sicurezza un itinerario. Anche il loro stesso martirio è affidato alla tradizione. La memoria cristiana ha tramandato differenti racconti sulla loro morte e l’iconografia li raffigura con gli strumenti associati al martirio: Simone con una sega, Giuda con una mazza o un’alabarda. Sono immagini che appartengono alla devozione maturata nel corso dei secoli.
Ciò che invece le fonti neotestamentarie permettono di affermare è essenziale: furono scelti da Gesù, appartennero al gruppo dei Dodici e furono coinvolti nella missione affidata agli apostoli.
Simone e Giuda non hanno lasciato una biografia paragonabile a quella di Pietro o di Paolo. La loro presenza nel Nuovo Testamento è discreta, ma proprio questa discrezione può renderli vicini a molti credenti. La maggior parte delle persone vive infatti una fede fatta di gesti ordinari: una famiglia da accompagnare, un lavoro da svolgere con responsabilità, una persona da assistere, una comunità da servire. Non sono azioni destinate a fare notizia, ma possono diventare luoghi nei quali il Vangelo si rende visibile.
La santità non coincide necessariamente con una vita eccezionale agli occhi del mondo. Può nascere dalla perseveranza, dalla capacità di ricominciare, dalla fedeltà a una promessa e dalla disponibilità a prendersi cura degli altri. La domanda di Giuda nell’ultima cena può allora risuonare anche oggi: dove si manifesta Dio? La risposta di Gesù invita a cambiare prospettiva. Non soltanto nei grandi eventi ma anche nella trama concreta dell’esistenza il Signore si rende presente. Là dove qualcuno sceglie il bene quando sarebbe più facile arrendersi, dove si ricuce una relazione ferita, dove una persona fragile viene accolta, dove il servizio viene compiuto senza aspettarsi riconoscimenti. Simone e Giuda ricordano così che la testimonianza cristiana non dipende dalla notorietà. La loro memoria, custodita dalla Chiesa attraverso i secoli, continua a indicare una strada semplice: accogliere la chiamata di Cristo e lasciare che il Vangelo diventi vita. È questo il modo più autentico per celebrare i due apostoli: imparare a riconoscere, anche nelle pieghe più semplici delle nostre giornate, quei segni discreti attraverso i quali Dio continua a farsi presente.