Storie
Strade di fango, i riflessi del sole al tramonto sulle pozzanghere, l’odore di polvere e nafta sono la via di ingresso alle tende di Marjayoun, in Libano. Qui, a pochi chilometri dal confine israeliano e circondati da tensioni che non hanno mai smesso di agitare il “Paese dei Cedri”, vive quella che le Nazioni Unite chiama tecnicamente «generazione perduta», in una vallata il cui fascino è indiscutibile, tra montagne innevate, piccoli laghi e distese di pietre che sembrano la scenografia di pianeti inesplorati.
Sono i figli della guerra civile siriana, bambini e bambine che rappresentano il fallimento della stabilità mediorientale. Girano con bici di quinta mano, giocano a nascondino e ridono, con le loro guance chiazzate di terra e qualche dente annerito, si siedono su divani abbandonati a scambiarsi giornalini le cui pagine sono sporche e strappate. All’inizio del 2026 il dolore siriano è ancora lontano da essere elaborato, probabilmente è in fase di depressione, dopo essersi illuso di essere sulla via dell’accettazione. Il crollo del regime di Assad a Damasco, avvenuto nel dicembre 2024, aveva illuso le cancellerie occidentali su una rapida risoluzione della crisi, ma la realtà sul campo è differente.
Il Libano, un tempo terra di rifugio obbligato, è diventato una trappola. Registrare un neonato in Libano significa ottenere un atto di nascita dall’ospedale, presentarlo assieme ai documenti d’identità e il certificato di matrimonio a un notaio locale e registrare il nuovo certificato di nascita presso un ufficio di stato civile in Libano. Il tutto deve avvenire prima che il bambino compia un anno, altrimenti si incapperebbe in un processo, con tanto di avvocati e test del dna.
Il Libano ospita ancora circa 1,2 milioni di profughi siriani, di cui la metà sono minori. A Marjayoun, come nei campi della Valle della Bekaa, a soli trenta chilometri da Beirut, l’atmosfera è sospesa nel tempo e nello spazio. Il governo di Beirut, soffocato da una crisi economica che, dal 2019, non sembra risolversi, ha accelerato i programmi di “rimpatrio volontario”.








Per un bambino nato a Marjayoun nel 2016, la Siria è un concetto astratto, un luogo di storie feroci raccontate dai nonni e un rimpianto per i sogni dei genitori.
La situazione scolastica è ovviamente drammatica: oltre il 60 per cento dei bambini siriani in Libano è fuori dal sistema educativo formale. A Marjayoun, l’istruzione gestita dalle Ong è ormai priva di studenti e insegnanti. Gli Stati Uniti hanno ridimensionato fortemente le strategie di cooperazione internazionale, tagliando i fondi a molti progetti di sviluppo (tra cui l’educazione) poiché ritenuti non più utili come strumenti di soft power. Ciò ha portato a un aumento dell’analfabetismo. I risultati attesi sono la creazione di una sottoclasse senza Stato, né libanese né siriana, che rappresenta la vera bomba demografica dei prossimi decenni.
Spostandosi a Nord, un’altra grande parte di rifugiati si trova in Turchia. Il governo di Ankara gestisce la quota più imponente di minori, circa 1,5 milioni di bambini siriani. Qui la sfida si sposta dalla sopravvivenza all’identità. Nel 2026, molti adolescenti siriani di Istanbul o Gaziantep, nell’Anatolia sud-orientale, parlano turco come lingua madre. I bambini in Turchia vivono, a loro insaputa, in un limbo geografico e dell’anima. Da una parte, l’accesso alle scuole statali permette una parziale integrazione; dall’altra, le ondate di sentimenti anti-rifugiati spingono migliaia di famiglie verso il confine. Ankara ha investito pesantemente nella safe zone del nord della Siria, costruendo centri abitativi che sembrano più dormitori che vere città. Per un bambino di dieci anni, passare dalle periferie moderne di Mersin (sempre in Anatolia meridionale) alle polverose città-container di Idlib o Jarabulus, nella Siria nord-occidentale, è un trauma che nessuna statistica riesce a quantificare e di cui nessun esperto può prevederne gli esiti.
In Giordania, il campo di Za’atari è ormai diventato una città cristallizzata. 80 mila persone, metà delle quali minorenni, vivono nel deserto. Rispetto al caos libanese, la Giordania ha garantito una stabilità quasi carceraria. I bambini crescono in un ambiente controllato, dove l’istruzione è garantita, ma le prospettive lavorative sono nulle. È la “pace del deserto”: una rassegnazione nutrita da razioni alimentari e assistenza psicosociale, dove il capitale umano siriano viene mantenuto in vita artificialmente, in attesa di una Siria che non è ancora pronta alla riaccoglienza.
L’Egitto, d’altra parte, rappresenta l’integrazione silenziosa. I circa 150 mila bambini siriani a Il Cairo sono meno visibili, dispersi nel tessuto urbano, ma gravati dall’instabilità dei visti. Per loro, il 2026 è l’anno dell’incertezza burocratica: con il cambio di potere a Damasco, molti Paesi arabi stanno rivedendo lo status di rifugiato, considerando la Siria “Paese sicuro”. Un paradosso geopolitico, dato che le infrastrutture di base a Homs o Hama, rispettivamente a ovest e nel centro della Siria, sono tuttora inesistenti.
Il 2025 ha visto il rientro in patria di 1,3 milioni di siriani, e le proiezioni per il 2026 parlano di un altro milione pronto a varcare la frontiera. Ma chi torna? Spesso sono le famiglie con bambini piccoli, spinte dalla disperazione dei Paesi ospitanti.
Tornare in Siria oggi significa, per un bambino, entrare in un Paese dove il 70 per cento delle scuole è stato danneggiato o distrutto e dove mancano migliaia di insegnanti, fuggiti o morti durante i 14 anni di guerra. Il rischio è che la Siria “liberata” si trasformi in un buco nero educativo. Senza un piano di assistenza massiccio, questi bambini passeranno dal fango di Marjayoun alle rovine di Aleppo, senza mai smettere di essere profughi e avendo passato la loro infanzia solamente tra le rovine.
La gestione di circa 5 milioni di minori (tra rifugiati e sfollati interni) è il dossier più scottante del Mediterraneo. Se questa generazione rimarrà ai margini, senza istruzione e senza cittadinanza effettiva, diventerà il serbatoio per futuri conflitti e radicalizzazioni. La stabilità del Medio Oriente non si decide più solo nei palazzi di Damasco o nelle cancellerie di Ginevra, ma tra i banchi di scuola che mancano e negli ospedali pediatrici che ancora non ci sono.
La crisi dei bambini siriani non è finita con la caduta di una bandiera o la fine dei bombardamenti russi. Nel 2026, è entrata nella sua fase più insidiosa: quella della dimenticanza.
Il loro status, burocraticamente, è già quello di “figli di nessuno”: né una terra né un Paese a cui appartenere. Mentre il mondo guarda altrove, a Marjayoun si continua a calciare quel pallone sgonfio nel fango, in attesa che qualcuno, finalmente, riconosca a questa infanzia il diritto di esistere al di fuori di una tenda di plastica.
La guerra civile siriana, esplosa nel marzo 2011, non è stata solo un conflitto locale, ma una deflagrazione geopolitica che ha ridisegnato il Medio Oriente.
Nata sull’onda delle Primavere arabe, la rivolta contro il regime di Bashar al-Assad affondava le radici in decenni di autoritarismo, corruzione e una gravissima siccità che aveva messo in ginocchio le campagne.
Quella che era iniziata come una protesta pacifica per la democrazia si è trasformata in una guerra fratricida e, rapidamente, in un terreno di scontro per procura. L’intervento di attori esterni, Russia e Iran a sostegno di Damasco, gli Stati Uniti, la Turchia e le monarchie del Golfo a supporto delle opposizioni, ha cronicizzato il conflitto, favorendo l’ascesa di gruppi jihadisti come l’Isis.
Gli esiti sono apocalittici: oltre 500 mila morti, milioni di profughi e un Paese in macerie. Nonostante il regime abbia ripreso il controllo di gran parte del territorio nel 2024, la Siria del 2026 resta un’entità fragile, segnata da un’economia al collasso e da una società profondamente lacerata.
Fotografo documentarista, i suoi lavori, realizzati in tutto il mondo, sono pubblicati nei più importanti magazines italiani e internazionali. Collabora con Ong per reportage editoriali in ambito cooperazione. Info: www.andreasignori.it