Idee
È di pochi giorni fa la drammatica notizia della morte del 47enne Giacomo Bongiorni a seguito dei calci e pugni ricevuti da un branco di ragazzi, alcuni minorenni, nella città di Massa. Su questo ennesimo grave fatto di cronaca abbiamo intervistato Ilaria Vandoni, madre di tre figli, insegnante di scuola superiore e responsabile insieme al marito della Commissione di pastorale famigliare della parrocchia di San Gregorio VII a Roma.
Giacomo Bongiorni è morto davanti agli occhi della compagna e del figlio di undici anni. Come si può offrire vicinanza ad una famiglia che è stata colpita dal dolore così drammaticamente?
Un dolore così non si può spiegare, può solo essere abitato. Nella misura in cui le vittime dimostrano di riceverne beneficio si può offrire, come famiglie, la presenza, magari anche solo silenziosa. Un’attenzione fatta di concretezza, di piccoli gesti, di una vicinanza che non si impone, ma si mette a disposizione.
Che messaggio di vita si può trasmettere a questa famiglia?
In una dimensione di fede – ma con profondo rispetto e discrezione – possiamo testimoniare che la morte non è mai l’ultima parola e che l’amore per chi non c’è più non va disperso.
E come stare vicino alle famiglie dei ragazzi che hanno causato questo dramma? Come vincere il rischio della colpevolizzazione? Come possiamo non lasciarle sole?
È la sfida più difficile, perché appunto la maggioranza delle famiglie vuole credere che loro figlio non commetterebbe mai un gesto del genere e quindi cerca di trovare il capro espiatorio nei genitori degli altri e nell’educazione che hanno impartito ai loro ragazzi. Trovare il colpevole e poter risalire al perché di quel gesto rassicura. In realtà a voler essere onesti nessun padre e madre oggi potrebbe mettere la mano sul fuoco in merito all’operato dei loro ragazzi. Ci si ritrova spiazzati di fronte alla banalità del male, ad un evento assolutamente imprevisto ed è in quel momento che occorre saper offrire solidarietà cercando di mettersi nei panni delle persone coinvolte.
Spesso le famiglie si sentono sole e rimangono chiuse nei loro problemi. A volte non si accorgono o non riescono a percepire i problemi dei figli, soprattutto adolescenti. Quanto è importante cercare di recuperare e promuovere un senso più vivo di comunità nel quartiere, nella città, negli ambienti di vita?
C’è un abisso di non conoscenza e mancanza di comunicazione fra le generazioni che è impressionante. I giovani si ritrovano nei loro spazi reali e in quelli virtuali dei social senza che gli adulti abbiano consapevolezza di quello che fanno e vivono. Come insegnante mi strabilio, per fare solo un esempio, quando scopro che i genitori ignorano che loro figlio fumi. Vuol dire vivere in mondi separati! Un tempo l’oratorio garantiva un minimo di controllo diffuso, ma anche il semplice cortile di casa era un ambiente che permetteva di conoscersi meglio. Oggi mancano degli spazi di condivisione. Una famiglia con un ragazzo che delinque rischia di isolarsi per la vergogna e di essere isolata per l’incomprensione, mentre le istituzioni e la comunità ecclesiale dovrebbero offrire maggiori occasioni di ascolto e di incontro per creare quel tessuto condiviso che si è perso.
Quale servizio possono rendere i gruppi familiari delle parrocchie? Quanto le parrocchie “investono” per sostenere e stare accanto alle famiglie?
È quello a cui accennavo. Non possiamo correre il rischio di richiamare genericamente i “compiti” delle famiglie, senza dare alcun contributo. Forse le nostre comunità prima che luoghi di formazione dovrebbero essere luoghi di accoglienza. Siamo chiamati ad essere più attraenti, accoglienti, creando occasioni e luoghi dove le famiglie si possano incontrare, confrontare e raccontarsi. Questi spazi di condivisione paradossalmente potrebbero mettere in comunicazione famiglie di vittime e famiglie di aggressori, smantellando quei pregiudizi che fanno credere che il male stia tutto da una parte e il bene dall’altra.