Idee
Il Sudan vive una tragedia umanitaria indicibile, le cui radici si incuneano nel passato. Durante la guerra del Darfur – la regione desertica a Ovest del Paese, grande due volte l’Italia – di inizio secolo, il governo di Khartoum creò e sostenne una milizia locale, i Janjaweed. Questi si fecero promotori di terrore e di veri e propri eccidi. Nel 2021, i Janjaweed, con il nuovo nome di Forze di Supporto Rapido (Rsf) parteciparono al colpo di stato al fianco delle forze armate regolari. La luna di miele durò poco. Dal 2023 i due schieramenti, sostenuti da altre milizie locali, sono ai ferri corti. Il risultato è una guerra che ha già provocato 14 milioni tra sfollati interni e rifugiati nei Paesi limitrofi, i morti sarebbero più di 400 mila. Sette milioni di bambini non hanno accesso all’educazione primaria, i servizi sanitari sono quasi inesistenti. La popolazione soffre per la mancanza di cibo, i contadini non possono coltivare e non vi è un mercato interno capace di fornire cibo a tutta la popolazione. L’Onu ha dichiarato il Sudan la più grande crisi umanitaria che dobbiamo affrontare oggi.
Grave crisi, ma che non trova spazio sui media nazionali. Poche sono le informazioni offerte dai media occidentali. In Italia, con poche eccezioni, è solo la stampa cattolica che aggiorna sulla situazione e cerca di spingere le forze politiche a prendere posizione. Tra queste c’è la Fondazione Nigrizia dei missionari comboniani. La Fondazione che cura la produzione della rivista Nigrizia – la più antica rivista che si occupa dell’informazione su e dall’Africa – ha promosso una conferenza stampa alla Camera dei Deputati a Roma lo scorso 28 luglio con l’intento di promuovere azioni politiche che incidano sull’andamento della guerra. L’intervento è urgente.
Dopo gli eccidi di questi anni, ora è la volta dell’assedio di El Obeid, città capoluogo del Darfur e centro urbano più importante della regione. Se non si interviene in tempo, migliaia di cittadini verranno uccisi nella battaglia per il controllo di questo importante centro di comunicazione.

Gli interventi alla conferenza stampa hanno sottolineato che il motivo principale delle ostilità è il controllo delle risorse minerarie e agricole del Sudan. Nel 2025, oro per il valore di oltre un miliardo di euro ha lasciato il Paese per approdare negli Emirati Arabi Uniti. Si stima che oltre a questo commercio in qualche modo legale, tra le 50 e le 70 tonnellate di oro siano state contrabbandate sempre verso gli Emirati, per un controvalore di oltre 4 miliardi di euro. All’oro va aggiunto il commercio di gomma arabica – una resina vegetale naturale estratta dalle piante di acacia che ha molte applicazioni industriali – di cui il Sudan è il più grande produttore mondiale.
Interessante è stato l’intervento di Natalina Yacub, presidente del Consiglio supremo per la pace sociale del Sudan, che ha sottolineato la grave situazione del Paese descrivendo la situazione non con dati geopolitici, ma riflettendo la visione del popolo. Una crisi umanitaria che è prima di tutto la sofferenza di gente pacifica, che desidera solo la pace e dare un futuro ai propri figli. Yacub ha fatto notare che una delle ricchezze del Sudan è la diversità: decine di gruppi etnici, molte fedi religiose, una diversità che arricchisce. Ma oggi tutto questo è in pericolo. L’odio disseminato dalla guerra sta facendo crescere la diffidenza tra i gruppi etnici. Ricreare un senso di fiducia nella comunità sarà difficile. «Sostenere il Sudan – ha dichiarato Yacub – è un investimento per la pace oltre i confini di questo Paese. Non abbiamo altra scelta: essere divisi dalla guerra o uniti dalla pace».
È chiaro che, se si vuole intervenire, occorre prendere delle decisioni. La prima sarebbe quella di far conoscere questa tragedia al grande pubblico, in modo da formare una coscienza vasta della necessità di intervento. Occorre poi colpire i due attori principali alla fonte di finanziamento del conflitto: il commercio illegale dell’oro. Esiste una legislazione europea a riguardo di minerali provenienti da zone di guerra. Si tratta di norme vive sulla carta, ma che trovano difficile applicazione nella realtà. I minerali di oro grezzo arrivano negli Emirati Arabi Uniti dove subiscono una prima lavorazione. Il materiale viene poi inviato a Balerna, nel Canton Ticino Svizzero, dove la compagnia mineraria Valcambi continua il processo di raffinamento. L’oro così trattato viene offerto sul mercato mondiale. Una volta raffinato, è impossibile distinguere l’oro sudanese da quello di altra provenienza. È necessario mettere in atto dei controlli più severi sul contrabbando di oro dal Sudan verso gli Emirati, e chiedere che la provenienza dell’oro venga certificata, come già si fa per i diamanti e altri minerari strategici.
Un’azione di questo tipo potrà aver successo solo con la partecipazione degli imprenditori che acquistano oro sul mercato internazionale per l’oreficeria e le applicazioni industriali. Anche il mondo politico potrebbe fare la sua parte. Si tratta di applicare le normative europee esistenti, e di ampliarle in modo che siano veramente efficaci e promuovano la trasparenza delle transazioni internazionali.
Non vi sono altre vie per rispondere al grido che proviene dal Sudan. Il grido di una popolazione che chiede la pace e la possibilità di un futuro comune, uniti dalla pace.