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32 voti favorevoli, 4 astenuti e 14 contrari hanno decretato in Consiglio regionale Veneto l’approvazione, mercoledì 2 settembre, della legge regionale “Procedure per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito”. A due anni dalla bocciatura della proposta di legge popolare avanzata dall’associazione Luca Coscioni, l’aula di palazzo Ferro Fini ha detto sì a un testo profondamente rivisto dagli emendamenti della minoranza e della maggioranza e in particolare dei dieci a firma dello stesso presidente regionale Alberto Stefani.
Presidente, perché ha deciso di spendersi in prima persona sul tema del suicidio assistito?
«Ho scelto di intervenire in prima persona perché ritenevo giusto che l’espressione della volontà politica, e quindi legislativa, del Consiglio Regionale tenesse conto delle sensibilità della maggioranza. Ricordiamo che, in assenza di una legge regionale, in Veneto abbiamo già avuto tre casi di suicidio medicalmente assistito che hanno ottenuto il via libera da parte della commissione della relativa Ulss di competenza, e in due di questi casi le persone sono poi decedute proprio in regime di suicidio medicalmente assistito. Tuttavia, in questi casi mancava una serie di garanzie che la nuova legge prevede: prima non c’era un Comitato bioetico regionale, né era previsto il parere rafforzato di un medico palliativista, che ho voluto inserire con un emendamento specifico per quanto riguarda la commissione di valutazione. Non c’era l’obbligo, per la commissione, di verificare l’avvenuta erogazione di informazioni legate alle cure palliative. Non c’era un richiamo al fatto che le cure palliative rappresentano un requisito assoluto di accesso eventuale ad altre pratiche, e che quindi devono essere considerate in via preliminare, oserei dire quasi pregiudiziale. Inoltre, non era previsto il supporto psicologico che abbiamo chiesto di inserire all’interno del percorso di valutazione e anche successivamente».
A proposito di cure palliative, lei durante il dibattito ha annunciato una nuova legge in materia. La norma nazionale vigente specifica che entro il 2028 sarà obbligatorio rispondere ad almeno il 90 per cento delle persone che ne avranno necessità, che per il Veneto equivale a una stima di circa 40 mila persone (1 per cento della popolazione). Al momento il servizio in Regione funziona a macchia di leopardo.
«Già da alcuni giorni siamo al lavoro su una Delibera di Giunta, che presenteremo entro fine mese, per un piano di potenziamento strategico delle cure palliative che comporterà un’importante iniezione di risorse per il nostro territorio per garantire queste cure non soltanto nella fase terminale della vita – come troppo spesso vengono interpretate, quasi fossero una medicina di mera reazione in cui si cura solo in presenza di dolore – ma soprattutto come una medicina di previsione. L’invecchiamento della popolazione richiederà infatti con sempre maggiore insistenza l’utilizzo delle cure palliative. Nella programmazione finanziaria, quindi, non possiamo non tenerne conto».
Dopo l’approvazione della legge il dibattito politico-mediatico è letteralmente esploso. Secondo lei, la cittadinanza ha compreso il merito della norma?
«Temo di no, purtroppo a livello mediatico moltissime persone parlano di questi temi senza conoscerli. Ho sentito parlare di eutanasia, quando l’eutanasia è tutt’altra cosa. Qui parliamo di autosomministrazione e non di eterosomministrazione, ovvero di una questione che in Veneto esisteva già dal 2025 e che sembra sia stata introdotta da una legge regionale, la quale, ovviamente, non avrebbe alcuna possibilità né potere giuridico di introdurre il suicidio medicalmente assistito. La legge anzi prevede una serie di disposizioni che, dal mio punto di vista, sono importanti perché tutelano la persona nella direzione del favor vitae. Tra queste: il parere rafforzato del palliativista, l’istituzione del Comitato bioetico regionale, l’obbligo di prospettare le cure palliative prima di procedere con la richiesta formale di suicidio medicalmente assistito e il percorso di supporto psicologico per il soggetto interessato».
La sua è la prima maggioranza di centrodestra che approva una legge regionale come questa. Teme conseguenze politiche in Consiglio regionale?
«Capisco l’aspetto comunicativo di questa vicenda, che purtroppo è figlia di un dibattito pubblico privo di qualsiasi fondamento tecnico. Ci si scontra spesso come tifoserie, quando in realtà la disciplina giuridica che abbiamo introdotto non ha nulla a che fare con ciò che si sente dire in giro. Per riassumere, comprendo l’interesse comunicativo, ma noi facciamo politica e amministriamo: chi fa politica ha la responsabilità di amministrare e di andare oltre la pura comunicazione. In secondo luogo, per quanto riguarda gli alleati e le altre forze politiche, Fratelli d’Italia, così come la Lega e Forza Italia, ha lasciato libertà di coscienza, e così è stato. Anche all’interno della Lega ci sono state persone che hanno compiuto scelte diverse, ed è giusto che su un tema etico ci sia questa libertà».
Il contesto in cui nasce questa norma rimane quello di una lacuna a livello nazionale, una legge che il Parlamento non ha ancora fatto, seppur sollecitato nel merito dalla stessa Corte Costituzionale. Il voto di Venezia è anche un segnale a Roma?
«Sì, ho sempre sostenuto questo aspetto: la competenza è di carattere nazionale, tanto è vero che la legge regionale può limitarsi a pochissimo. È quindi giusto che il Parlamento prima o poi decida di intervenire in questa materia, in un senso o nell’altro. Il tema esiste perché è stato introdotto in via autoapplicativa dalle sentenze della Corte costituzionale. Dobbiamo decidere se nascondere la polvere sotto il tappeto, lasciando che le persone che accedono al suicidio medicalmente assistito siano soggette all’arbitrio delle Ulss, oppure se normare questa materia secondo una determinata sensibilità o un’altra. Questa è la scelta che abbiamo di fronte; è troppo comodo far finta che il problema non esista. È necessario un grande dibattito bioetico sul punto. Ritengo sia necessario interrogarsi, ad esempio, su cosa costituisca accanimento terapeutico e cosa no. Questo è uno dei temi su cui manca una legislazione ed è il motivo per cui poi sul territorio emergono difficoltà nell’affrontare i singoli casi. C’è mancanza di chiarezza».
Ecco i pilastri della legge regionale “Procedure per l’assistenza sanitaria regionale al suicidio medicalmente assistito”. Allo scopo di rendere certi i tempi di risposta alla domanda di accesso al suicidio assistito, le commissioni mediche presenti nelle Ulss sono permanenti e devono essere composte entro trenta giorni dall’entrata in vigore (martedì 8 settembre 2026); viene ripristinato il Comitato bioetico regionale che esprime pareri etici e scientifici sui singoli casi; vige l’obbligo informativo preventivo e dettagliato sulla possibilità di accedere alle cure palliative e alla terapia del dolore; il medico palliativista viene inserito nella commissione e garantisce informazioni e assistenza al malato; viene garantita libertà di coscienza al personale sanitario nell’accompagnare il malato al suicidio assistito che avverrà sulla base dell’autosommini-
strazione.
I criteri di accesso rimangono i quattro individuati dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale: essere affetti da una patologia irreversibile; andare incontro a sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili; essere tenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale; restare pienamente capaci di prendere decisioni libere e consapevoli.
Elena Ostanel, consigliera regionale padovana (Avs), è convinta che proprio una «buona norma, come quella che abbiamo approvato scongiuri il rischio di una china pericolosa» verso l’eutanasia, anche perché i criteri della sentenza della Consulta che ammettono a questa pratica «sono molto chiari».
«Tra il 2022 e il 2026, in Veneto ci sono state 31 domande di suicidio medicalmente assistito e in quattro casi le persone sono decedute prima di avere una risposta. Ora, con le commissioni permanenti, i tempi sono certi e il diritto è garantito».
Pilastro fondamentale della legge è anche il rafforzamento delle cure palliative: «Si tratta di una misura necessaria, ma in alcuni casi, come quello di Stefano Gheller, non sufficiente, la sua malattia poteva portarlo alla morte improvvisamente. Proprio mettere queste storie al centro dell’attenzione ha portato all’approvazione della legge».
«Nel 2024, quando in Consiglio regionale si discusse la legge sul fine vita, scelsi di astenermi. Fu una decisione difficile, che ebbe un costo politico e anche personale, ma che presi con convinzione.
Non ritenevo che il testo allora proposto fosse completo. In particolare, mancava una forte presa in carico della persona e della sua famiglia. Mancava l’accesso alle cure palliative» spiega la consigliera Annamaria Bigon (Pd) che nel 2024 determinò la bocciatura della legge sul suicidio medicalmente assistito.
«Ora la situazione è completamente diversa, a seguito di un lavoro emendativo importante, che ha cercato di fare sintesi tra diverse sensibilità. Papa Francesco ci ha più volte messo in guardia dalle polarizzazioni, perché lacerano il tessuto sociale anziché ricomporlo nella coesione e nella solidarietà. Quando riduciamo tutto alla contrapposizione tra chi difende la libertà e chi difende la vita, rischiamo di perdere di vista la persona concreta che soffre.
In questo quadro, la Corte Costituzionale ha indicato nell’accesso effettivo alle cure palliative una «priorità assoluta per le politiche della sanità». Le cure palliative sono la condizione essenziale perché ogni scelta possa essere davvero libera, perché il suicidio medicalmente assistito non può essere una scelta obbligata. Per questo, come gruppo del Pd, abbiamo depositato il progetto