Idee
La geopolitica può influenzare la transizione ecologica? Può sembrare strano, eppure una connessione c’è. Il conflitto in Medio Oriente mostra come le potenze mondiali abbiano bisogno di trovare valide alternative al petrolio per non essere messe sotto scacco. E la dimostrazione viene dalla Cina, che meglio di altre economie sembra reagire alla crisi attuale, perché ha puntato molto sulle rinnovabili. Di questi temi parliamo con Alfonso Cauteruccio, presidente di Greenaccord.
Con la guerra di Usa e Israele contro l’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz siamo già di fronte a una crisi energetica globale o la situazione può ancora degenerare?
«Difficile fare previsioni compiute su come la crisi di Hormuz potrà evolvere, ma le premesse e alcune dichiarazioni non lasciano ben sperare. Direi che tale situazione geopolitica, però, abbia evidenziato una nuova verità: il “re dei combustibili fossili”, ossia il petrolio, “è nudo” e il suo utilizzo oltre a deturpare gli ecosistemi compromette la qualità della democrazia, minando le relazioni diplomatiche e innescando pesanti conflitti».
Con il blocco di una rotta da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, quali saranno le conseguenze per cittadini e imprese?
«Alcuni paventano un periodo di austerity con razionamento di carburanti e di energia, altri sono più ottimisti. La cosa più evidente è che il mondo è davvero globalizzato e non si può tornare indietro: decisioni lontane incidono pesantemente sulle nostre scelte quotidiane, sul nostro umore e sulla visione del futuro da parte dei più giovani. Oltre all’oscillazione dei prezzi dei beni di prima necessità e delle forniture, la crisi offre anche lo spettacolo indecoroso di aumenti ingiustificati e inaspettati. Direi che la conseguenza maggiore di questa instabilità, dunque, è la confusione che si è generata perché ogni Nazione si muove autonomamente e il multilateralismo, faticosamente costruito negli ultimi decenni, è così stato sostituito da azioni che magari sono fruttuose nel breve termine, ma che non incidono sugli assetti futuri di un auspicato equilibrio a livello planetario».
Quali economie sono oggi più esposte: Europa, Asia o Stati Uniti?
«Come dicevo, il mondo è globalizzato e ogni azione, che magari viene derubricata come locale, ha ripercussioni a livello internazionale e può generare dinamiche impreviste e dannose. Gli Stati Uniti si stanno sempre più isolando per le loro politiche aggressive, l’Europa ha difficoltà a convergere su linee comuni, l’Asia sembra avere più capacità di reazione anche se ogni Nazione rappresenta un unicum. Tutte le economie hanno ripercussioni, quelle che hanno puntato sulla minore dipendenza dal petrolio ne avranno inevitabilmente meno. Quando papa Francesco diceva che tutto è connesso e interdipendente intendeva che ogni attività umana – così come ogni aspetto ecologico – è frutto di relazioni che ne generano altre ancora. Pensare che interrompere la filiera delle relazioni sia indolore e non porti conseguenze è semplicemente irreale».
La leadership nelle energie pulite può diventare una nuova forma di potere geopolitico?
«Già da tempo tutte le aziende energetiche che gravitano sul fossile hanno destinato parte significativa dei loro investimenti nel campo delle energie pulite perché coscienti che un abbandono progressivo ma inevitabile dei fossili comporterà minori introiti da compensare diversamente. Saranno sempre loro a tenere le redini del potere geopolitico? Sì e no. Sì, perché occorrono forme di produzione stabile per garantire i picchi di domanda energetica e tali produzioni sono perlopiù nei loro portafogli. No, perché le rinnovabili sono la forma più democratica di produzione energetica esistente: tutti possono giovarne e anche gli stessi condomini possono ricorrervi almeno per soddisfare le esigenze energetiche delle parti comuni».
Una crisi così grave può accelerare davvero la transizione verso le rinnovabili, o nel breve termine rafforzerà l’uso di combustibili fossili alternativi?
«Ritengo che la crisi energetica attuale possa accelerare la transizione verso le rinnovabili perché l’aver fatto diventare la produzione energetica un fatto di sicurezza nazionale determina attenzione e investimenti maggiori. Basti pensare al vantaggio che gode oggi la Spagna che ha con visione deciso di investire sulle rinnovabili. La crisi determinerà, però, anche il ricorso a fossili in disuso, quali il carbone in primis. In Italia, per dire, ancora si discute su quando, realisticamente, saranno smantellate le ultime centrali a carbone presenti, considerate preziose riserve per tempi difficili come questi. Tale ricorso va bene, forse, per tappare le falle, ma il futuro è certamente delle rinnovabili e se la crisi genererà, come spero ardentemente, una rapida transizione ecologica ed energetica dovremo a malincuore ringraziare Trump e le sue politiche aggressive!»
Quali Paesi sono pronti a cogliere questa crisi come opportunità e quali rischiano invece di rimanere indietro? L’Italia come è messa?
«Direi che tutti i Paesi sono in grado di cogliere questa opportunità perché la generazione diffusa non richiede tecnologia molto sofisticata e costosa. L’Italia in particolare è messa bene perché ha un territorio favorevole per sfruttare le rinnovabili rispetto alle Regioni europee nordiche, è messa meno bene perché le politiche energetiche sulle rinnovabili hanno subito un rallentamento significativo nell’ultimo anno e perché le politiche regionali o locali spesso frenano la transizione perché vi sono opposizioni che nascono da motivazioni di carattere estetico, paesaggistico o di altra natura».
Tra dieci anni potremo pensare a questa crisi come a un punto di svolta nella storia dell’energia mondiale?
«Non so se dieci anni saranno sufficienti, ma, una volta preso un percorso in modo determinato e convinto, la storia dell’energia mondiale potrebbe davvero cambiare consentendo di democraticizzare i profitti e le risorse».
Perché la Cina sembra reggere meglio l’urto? «La Cina sembra un elefante sonnacchioso che guarda a quanto accade intorno con una certa noncuranza – sostiene Alfonso Cauteruccio – La realtà è ben diversa perché sceglie la linea del rinnovamento interno, le relazioni economiche anziché belliche, la pervasività soft che consente di guardare a essa come a una realtà che sembra non disturbare e che si integra nei tessuti economici degli altri Paesi».