Fatti
La biodiversità da coltivare – nel vero senso della parola – e da far conoscere come ricchezza per tutti e di tutti. Il messaggio è tra i più chiari, eppure è tra i più complessi da far comprendere e accettare, non solo dal punto di vista materiale ma prima ancora culturale. Messaggio che, tuttavia, trova nella produzione agricola e agroalimentare due degli ambiti più importanti di applicazione. Ed sulla base di questo messaggio che si svolge a Torino dal 24 al 27 settembre l’edizione 2026 di Terra Madre, la manifestazione voluta da Slow Food che ormai costituisce uno degli appuntamenti fissi dell’anno agroalimentare non solo italiano. E’ l’occasione per ripensare con concretezza non solo alle tante biodiversità di cui è costituita l’agricoltura nel mondo, ma anche a quanta strada è già stata compiuta e a quanta occorre ancora percorrere per rendere la produzione alimentare sempre più compatibile con l’ambiente e il rispetto dell’umanità.
Spiega Slow Food, presentando l’edizione di quest’anno di Terra Madre, che la biodiversità è “antidoto alla monocultura in tutte le sue forme, la biodiversità è il principio con cui vogliamo costruire un vivere civile in armonia con le risorse naturali, imperniato su una cultura di pace, come strumento che unisce superando confini e sovranismi”. E poi ancora di come si tratti, questa biodiversità, di una “diversità agricola, ma anche sociale e culturale: per superare un pensiero massificato, orientato dal consumismo e polarizzato su fronti opposti per cogliere e accogliere la complessità”. Nulla di commerciale e di mercantile. Anche se, occorre dirlo, proprio sulla biodiversità male intesa (o intesa in modo strumentale) si è costruita nel tempo una narrazione della produzione alimentare che guarda più alle mode e all’esclusività che alla vera essenza delle innumerevoli forme di produzione agricola.
Terra Madre, quindi, come occasione per ragionare attentamente sulla missione fondamentale dell’agricoltura: produrre cibo salubre per tutti, senza discriminazioni e senza soprusi. Un traguardo che riporta alla mente una delle frasi più importanti di Carlo (Carlin) Petrini, mente e organizzatore del movimento Slow Food, morto nello scorso maggio. “C’è oggi – aveva detto Petrini – una realtà molto interessante ‘degli invisibili’, la chiamano. Questa umanità di gente che lavora nei campi e che vive ai margini della società e si cerca di non vederla”. Già, quell’esercito “degli invisibili” che lavora per quella parte dell’umanità che gode del meglio dell’agroalimentare, facendo finta di non sapere e pensando che la biodiversità si esprima nei prodotti tipici venduti a caro prezzo nei negozi di lusso. Ma quello stesso traguardo – del produrre cibo sano per tutti e democraticamente – ricorda anche un’altra frase questa volta di Papa Francesco (che con Petrini ha condiviso la stessa visione del tema). Nell’ottobre del 2023 in occasione di “Villaggio Coldiretti”, una manifestazione al Circo Massimo a Roma, Francesco ebbe a dire: “Mentre riflettete su come valorizzare la distintività e la qualità del made in Italy agroalimentare, vi invito a ricordarvi di chi manca del necessario per sfamarsi”. Riflettere quindi sulla distintività ma anche sulla necessità (sul dovere) di assicurare cibo per tutti. Nemmeno un anno dopo lo stesso Papa Francesco sottolineò come “una distribuzione corretta sarebbe sufficiente per nutrire tutti coloro che soffrono la fame”.
E’ così che il tema della biodiversità porta a ragionare per davvero non solo sulle molte espressioni della produzione agricola – da quella del Mediterraneo a quella delle Ande passando per le distese a monocoltura degli Stati Uniti oppure della Russia – ma anche su quanto questa debba essere tema di democrazia, di condivisione, di pace, di benessere per tutti. In una parola, di civiltà.