Terremoto Centro Italia. Fusarelli (Ofm): “Dieci anni dopo, ricostruire una comunità”
A 10 anni dal terremoto del Centro Italia, fra Massimo Fusarelli, oggi ministro generale dei Frati Minori, ricorda l’anno vissuto tra Amatrice e Accumoli accanto alle popolazioni colpite dal sisma come una delle esperienze più significative della sua vita. Dal “convento di plastica”, un container nella frazione di Santa Giusta condiviso con altri confratelli, alla convinzione che la vera ricostruzione non riguarda solo edifici e infrastrutture, ma soprattutto persone, relazioni e comunità, chiamate a ritrovare insieme speranza e futuro.
Una settimana dopo il violento sisma che aveva cambiato il volto e le condizioni del territorio di Amatrice e Accumoli, come di tante altre zone del Centro Italia, il mio ministro provinciale mi chiese di rendermi disponibile per almeno un anno, insieme ad altri frati, ad accompagnare le persone rimaste con una vicinanza umana fatta di ascolto e sostegno. Era la Chiesa di Rieti nella persona del suo vescovo, mons. Domenico Pompili, che ci chiamava. Non sono stato solo: diversi fratelli si sono alternati accanto a me, per periodi più o meno lunghi, mentre io sono rimasto in loco. Il mio progetto per quell’anno era ben diverso: un tempo sabbatico di preghiera, studio e aggiornamento.
Dopo dieci anni, non temo di ripeterlo: è stato il miglior anno sabbatico della mia vita.
Trascorrere quasi un anno in mezzo alle macerie e alle polveri che sollevano, accanto a persone che ne portavano tutte le conseguenze, non è stato facile. Uscivamo ogni giorno per raggiungere famiglie, malati e anziani dispersi in decine di piccole frazioni, senza parole ovvie da dire, cercando di incontrare le persone a una a una. A volte la stanchezza e la solitudine, il freddo, la precarietà di tutto si sono fatte sentire. Eppure, quell’esperienza ha aperto in me qualcosa che non si è più chiuso: un modo nuovo di stare accanto, e la grazia di imparare molto da una popolazione dura al primo impatto e straordinaria quando la conosci.
Molte delle persone che ho incontrato allora oggi non ci sono più, giovani e anziani. Altri sono rimasti: si sono sposati o vivono insieme, hanno avuto figli, hanno riaperto le loro attività. La vita continua, intrecciata con la morte, e in questi dieci anni ho mantenuto costante il legame con quella terra e con chi ha ostinatamente scelto di rimanervi. Continuo a tornarci quando posso.
Dieci anni fa dicevamo che la ricostruzione doveva partire da dentro le persone, non soltanto dai mattoni. Oggi devo ripeterlo con ancora più forza. Procede a macchia di leopardo, secondo i progetti possibili, superando difficoltà burocratiche e gestionali senza fine. Intanto è cambiata anche la motivazione di molti: non è facile rimanere in una terra che non tornerà come prima. Nell’emergenza la politica promise soprattutto questo: restituire ogni cosa esattamente com’era. Fu il punto nevralgico di quella prima reazione, e non l’ho mai creduto realizzabile. Non si tratta soltanto di ricostruire edifici — è il tessuto sociale a essere profondamente mutato.
Molti hanno finalmente in mano le chiavi di case ricostruite o restituite, ma non ritrovano lo stesso contesto umano. Non è semplice tornare a vivere in abitazioni nuove, magari perfette, e insieme lontane da quell’ambiente di relazioni che nel tempo dell’emergenza si era formato nelle unità abitative provvisorie. È forse la sfida meno visibile della ricostruzione: una casa si può ricostruire, una comunità va tessuta di nuovo, e questo nessun progetto edilizio lo produce.
Ogni volta che torno ad Amatrice e negli altri luoghi colpiti dal sisma, la mia piccolissima presenza, fatta soprattutto di ascolto, mi mostra che queste terre hanno ancora bisogno di essere considerate davvero. Le persone hanno bisogno di ritrovare motivazione e slancio per uscire ciascuna dal proprio particolare e pensarsi di nuovo come comunità. Sono sfide che in parte appaiono impossibili, e proprio qui c’è spazio per una buona politica e una buona presenza: creare le condizioni perché ci si possa sentire di nuovo parte di una comunità e immaginare insieme un futuro.
Temo che il 24 agosto non saranno molti gli amatriciani alla celebrazione del decennale. C’è una stanchezza diffusa, e l’assenza di tanti dal territorio rischia di ridurre a semplice commemorazione una data che potrebbe invece diventare una nuova partenza. Dopo dieci anni, il compito più importante è forse questo: non limitarsi a ricordare, ma aiutare queste terre e queste persone a ritrovare ragioni per guardare avanti. La ricostruzione materiale è necessaria; quella umana e comunitaria non lo è meno. Vorrei fare di più perché sia possibile. Ad Amatrice e ad Accumoli, come alle altre terre ferite da quel sisma, desidero dire una cosa sola: insieme, è possibile continuare il cammino.