Idee
In campo educativo si torna a parlare di “terzo spazio”, ovvero quell’insieme di luoghi e momenti che non appartengono né alla casa né alla scuola, ma alla vita informale tra pari. Cortili, parchi, campetti, biblioteche, oratori, centri di aggregazione: spazi quotidiani in cui i ragazzi possono incontrarsi, sperimentare relazioni e costruire autonomia. Una dimensione che in passato appariva naturale e centrale nell’esperienza dell’infanzia e dell’adolescenza, ma che negli anni si è progressivamente ridotta, schiacciata tra agende sempre più organizzate, una crescente supervisione adulta e l’espansione della vita digitale.
A riportare l’attenzione su questo tema è un recente studio realizzato da AstraRicerche, che evidenzia come il ruolo dei “terzi spazi” sia oggi al centro di una riflessione più ampia sul rapporto, sempre più pervasivo, tra infanzia, adolescenza e tecnologia.
Secondo i dati della ricerca, sebbene l’87% dei genitori riconosca l’importanza del “terzo spazio” per lo sviluppo dell’autonomia dei figli e il 66% ritenga che favorisca le competenze sociali, nella quotidianità dei cosiddetti tween il tempo libero e non strutturato resta marginale. A incidere sono soprattutto le preoccupazioni legate alla sicurezza fisica e al timore delle “cattive compagnie”, indicate dal 34% degli intervistati: due ostacoli psicologici rilevanti che spesso scoraggiano i genitori dal lasciare ai figli spazi di autonomia e di confronto diretto con i coetanei.
La riflessione sul valore degli spazi informali, tuttavia, non è nuova. Già negli anni Sessanta l’urbanista e attivista Jane Jacobs, nel libro The Death and Life of Great American Cities, sosteneva che la vitalità dei quartieri dipendesse dalla presenza di strade “vive”, piazze frequentate e luoghi di incontro quotidiano. Jacobs parlava dei cosiddetti “occhi sulla strada”, evidenziando come la presenza costante di persone negli spazi pubblici contribuisca a creare sicurezza, senso di comunità e occasioni di relazione.
Per bambini e adolescenti crescere in quartieri “vivi” significa poter esplorare il mondo gradualmente, imparando attraverso l’esperienza diretta. Anche il sociologo Richard Sennett ha sottolineato il ruolo degli spazi urbani aperti e non rigidamente organizzati nello sviluppo delle competenze sociali. Nei suoi studi sulla città e sulla cooperazione, Sennett osserva come l’incontro casuale e la convivenza con la diversità rappresentino esperienze fondamentali per imparare a stare insieme agli altri.
Come interpretare, allora, la progressiva scomparsa di questi luoghi nelle società contemporanee? Lo psicologo Jonathan Haidt, nel libro The Anxious Generation (2024), mette questa tendenza in relazione con la profonda trasformazione che negli ultimi quindici anni ha interessato lo stile di vita di bambini e adolescenti.
Secondo Haidt, la cosiddetta “generazione ansiosa” è il risultato di un paradosso educativo: mentre i ragazzi sono stati sempre più protetti nel mondo fisico, grazie a un controllo genitoriale crescente, si sono trovati al tempo stesso esposti senza particolari mediazioni al mondo digitale. In questa prospettiva, la riduzione dei “terzi spazi” fisici assume un ruolo centrale. Il gioco libero, le uscite spontanee e le relazioni tra pari non supervisionate sono stati progressivamente sostituiti da social media, videogiochi e forme di comunicazione mediate dagli schermi.
Per Haidt recuperare spazi di autonomia reale rappresenta una delle condizioni fondamentali per migliorare la salute mentale delle nuove generazioni. Senza momenti indipendenti di sperimentazione, i ragazzi rischiano di arrivare all’adolescenza con competenze relazionali più fragili e una maggiore dipendenza dagli adulti.
Il tema del “terzo spazio” non riguarda però soltanto la crescita individuale, ma anche la qualità della vita collettiva. Questi luoghi rappresentano infatti contesti privilegiati in cui si costruiscono senso di comunità, fiducia reciproca e pratiche di convivenza. Posti dove, ad esempio, si imparano a gestire il conflitto e il senso di frustrazione. In altre parole, veri e propri laboratori quotidiani di cittadinanza.
La questione invita quindi a ripensare il modo in cui progettiamo città, quartieri e comunità educative. Non si tratta soltanto di creare nuovi spazi fisici, ma anche di cambiare lo sguardo degli adulti sulla crescita. Concedere ai ragazzi momenti di autonomia significa accettare una certa dose di rischio e di imprevedibilità.
Eppure è proprio in questi spazi intermedi – tra casa e scuola, tra protezione e libertà – che i giovani imparano a negoziare le relazioni, costruire identità, identificare valori comuni e diventare cittadini.
Recuperare questi luoghi potrebbe essere una delle sfide educative più importanti del nostro tempo.