Idee
La notte di Capodanno 2026, la località di Crans-Montana in Svizzera è stata teatro di una terribile strage: un incendio scoppiato nel locale Le Constellation ha causato la morte di almeno 47 giovani e il ferimento di altri 115. Un evento che scuote le coscienze e invita alla riflessione, ne parliamo con Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta, ricercatore dell’Istituto di Psichiatria e Psicologia nella Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Quando una tragedia, come quella di Crans-Montana, viene raccontata attraverso le immagini riprese dagli smartphone, le testimonianze di chi si è salvato e i commenti sui social, che tipo di impatto può avere sulla coscienza collettiva?
Questa narrazione offre a tutti noi la possibilità di acquisire maggiore consapevolezza di quanto accaduto. Prima dell’avvento dei social media certi eventi potevano essere soltanto immaginati, in alcuni casi, perfino incrementando il livello di intensità delle tragedie. Nel contesto attuale occorre più che altro tutelare da certe immagini i soggetti più fragili, come i bambini, che hanno il diritto di evitare la consapevolezza precoce del trauma.
Per molti adolescenti la morte è un concetto astratto. Eventi come questo la rendono concreta: in che modo il confronto con la fine mette in crisi l’illusione di invulnerabilità tipica di quell’età?
Per gli adolescenti la morte non è affatto un concetto astratto. Di fatto essi vivono un’età in cui prevale un certo senso di onnipotenza, che determina, a volte, il tentativo di sfidare i propri limiti. Tutti sperimentiamo l’angoscia della morte, ma gli adolescenti hanno più diritto a non pensarci. Il pericolo sta nella negazione della morte. Paradossalmente uno dei modi per provare a evitarne il peso è sfidarla. Questo è tipico degli adolescenti di tutte le generazioni, sia passate che presenti.
Come gestire il senso di angoscia della morte?
Il problema dell’angoscia di morte riguarda tutti, anche i bambini. A questi ultimi raccontiamo che il nonno che non c’è più “è diventato una stellina e brilla nel cielo”. È necessario fornire ai bambini uno “scivolo emotivo” rispetto a una realtà che non riuscirebbero a elaborare e che è schiacciante: questa capacità di illusione rimane poi per tutta la vita. È quella che ci sollecita a fare progetti, anche quando siamo in là con l’età. Progressivamente impariamo con dolcezza a rinunciare a questa capacità di illuderci. Le persone anziane, biologicamente più vicine alla morte, riescono a parlarne con maggiore facilità e ad accettarla. La morte fa parte dell’umana esistenza: se avessimo il dono dell’eternità, non potremmo nemmeno fare progetti, rimarrebbe sempre tutto uguale.
Come si può accompagnare i giovani a dare senso a ciò che è accaduto, senza cercare banali consolazioni?
Gli adolescenti sono profondamente colpiti dalla tragedia di Crans-Montana. Hanno però il diritto di superare questo drammatico evento per non cadere in uno stato depressivo, questo certamente non vuol dire fare un torto alle vittime. Sarebbe opportuno anche soffermarsi e riflettere sulle responsabilità degli adulti in questa vicenda, ovvero sulle potenziali inadempienze riguardo la sicurezza degli ambienti e sul fatto che nessuno abbia impedito efficacemente a quei giovani di esporsi al pericolo.
Quali parole sarebbe importante trovare, e quali invece evitare, quando si parla di tragedie con gli adolescenti?
Non credo che esistano parole più sane di altre in questi casi. È sicuramente importante considerare assieme ai giovani che eventi come questi non si verificano soltanto in circostanze eccezionali, come il Capodanno. Per cui bisognerebbe fornire loro gli strumenti per comprendere che il divertimento va vissuto in uno stato di sicurezza. Più che di parole giuste o ingiuste, parlerei di un’assunzione di responsabilità per il futuro, che significa non dimenticare una tragedia di questa portata per evitare che si ripeta.
Si può insegnare ai giovani che la vita è fragile, senza trasmettere paura della vita stessa?
Si tratta di un insegnamento che riguarda tutti noi. Anche se, poi, la vita non è “fragile”. Certamente non possiamo prevederne la durata e controllarne il tempo. La vita può essere molto bella e questo non dipende da quando moriremo, ma quanto amore siamo in grado di esprimere e ricevere. Per un bambino, ad esempio, è fondamentale sentirsi amato, più che ben educato, e questo avviene quando l’ambiente intorno a lui accoglie senza condizioni i suoi bisogni, e non il contrario.