Idee
“Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono” (1 Ts 5, 21). Così san Paolo ci esorta a guardare al nuovo che irrompe, invito quanto mai importante all’inizio del nuovo anno, che ha visto accendersi la polemica in occasione della decisione del vescovo di Ventimiglia-Sanremo, mons. Antonio Suetta, di far suonare ogni sera alle 20 la “campana dei bambini non nati”, per richiamare le coscienze al dramma di tutti i bambini mai nati perché abortiti. Proprio alla fine del 2025 il presidente dell’Arcigay di Imperia, Pierluca Viani, ha deciso di rispondere a questa iniziativa, e alla Lettera pastorale del vescovo Pane, non pietre, vedendo in tutto ciò un’aggressione alla sensibilità di certuni. È qui che vogliamo provare ad applicare l’invito paolino, perché noi, come cattolici, nonostante certe attribuzioni di intolleranza che sembrano mutuate più dalle nostre versioni parodistiche presenti nelle serie tv (americane) che dalla realtà, siamo gente che da un po’ più di duemila anni ascolta, e prova, sulla scia di quanto fatto da Cristo stesso nella sua persona, a incarnare quanto crediamo nel tessuto vivo del reale in cui ci troviamo. Vogliamo cercare punti di contatto e spazi di possibile dialogo con chi è arrabbiato con noi, perché la verità, quella vera, è sempre inclusiva, e abbraccia tutti, come lo sguardo di Dio, pieno di simpatia per ognuno: “È da presupporre che un buon cristiano deve essere propenso a difendere piuttosto che a condannare l’affermazione di un altro. Se non può difenderla, cerchi di chiarire in che senso l’altro la intende; se la intende in modo erroneo, lo corregga benevolmente; se questo non basta, impieghi tutti i mezzi opportuni perché la intenda correttamente, e così possa salvarsi” (Sant’Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, n. 22). Vediamo allora cosa viene rimproverato al vescovo Suetta, cercando di valorizzare, al di là dei toni, alcuni possibili spunti per rilanciare un dialogo.
“C’è un’amarezza di fondo che non possiamo tacere” – esordisce Pierluca Viani – e questo in realtà è un buon inizio: può provare amarezza solo chi cerca un incontro; se la voce della Chiesa fosse indifferente, quello che fa e professa non desterebbe certo amarezza.
Poi prosegue:
“Lei costruisce il Suo discorso sulla distinzione tra il pane della verità e la pietra di una falsa accoglienza. Eppure, leggendo i passaggi in cui definisce l’affettività delle persone omosessuali come una situazione da sanare o come una prova da sopportare nella castità, la metafora appare tragicamente invertita. Quella che Lei chiama verità dottrinale è percepita dalle persone in carne e ossa come la vera pietra: un macigno di giudizio che schiaccia le vite, alimenta il senso di colpa e costringe molte persone a vivere nella vergogna, sentendosi “sbagliate” agli occhi di Dio e della società. Il messaggio di Gesù che molti di noi hanno custodito era radicalmente diverso. Egli non erigeva muri dogmatici né innalzava monumenti al rimorso, ma abbracciava il prossimo senza condizioni, schierandosi con gli ultimi, con coloro che oggi, come noi, vengono messi ai margini. Le persone della nostra comunità sono uguali a tutte le altre, né migliori né peggiori; l’unica differenza è la sofferenza causata da parole che, invece di nutrire lo spirito, finiscono per legittimare il pregiudizio e fomentare l’odio sociale, in una parola: l’omofobia”.
Ecco, in queste considerazioni, che pure muovono a una certa compassione per l’indubbia sofferenza che se ne deduce, si può intravedere il nodo della questione: si pone come data una differenza, per poi accusare “l’altra parte” di instaurarla.
Viani parla di un “messaggio di Gesù che molti di noi hanno custodito era radicalmente diverso. Egli non erigeva muri dogmatici né innalzava monumenti al rimorso”; è vero: infatti, la sintesi del messaggio di Gesù (di quello vero, a meno che Viani non abbia ricevuto e custodito qualche rivelazione apocrifa a noi ignota) si può riassumere nella frase che diceva sempre e dappertutto: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1, 15).
Il “cambiamento” di cui scrive Viani, infatti, non concerne solo le persone che afferiscono alla “realtà LGBTQIA+”, ma riguarda tutti, e si chiama conversione personale continua: tutti siamo chiamati quotidianamente a camminare, cambiare, rimetterci in discussione, purificare le nostre intenzioni e il nostro sguardo sul reale. In quell’ospedale da campo che è la Chiesa, secondo la felice immagine coniata da Papa Francesco, siamo tutti pazienti.
Cambiare fa paura e fa soffrire, perché fa paura e fa soffrire crescere, e questo, sicuramente, è avvertito da tutti noi, in alcuni momenti, come “macigno”: rispetto al comfort di una mentalità consolidata in atteggiamenti e abitudini, la chiamata a contestare l’ovvio e l’abituale ci espone, e ci invita a dare le redini a Dio, verso un futuro che si palesa nell’oggi, un giorno alla volta, senza possibilità di previsioni o controllo.
Chi di noi può dire che nella propria affettività non ci sia qualcosa da sanare, rispetto a quel complesso di fremiti, traumi, scoperte, timori, incertezze, pretese, ecc. che è il nostro fragile cuore di carne? A chi non è richiesto di integrare la propria affettività e sessualità in un atteggiamento casto, cioè libero e non autoreferenziale?
La chiamata alla conversione e a uno stile casto vale per le persone omosessuali come per quelle eterosessuali, per gli sposati come per i celibi, per i giovani come per gli anziani, e in ogni situazione occorrerà, semmai, capire come arrivare in un modo autentico alla castità, termine che non significa “castrazione”, bensì “piena maturità affettiva”: “La castità esprime la raggiunta integrazione della sessualità nella persona e conseguentemente l’unità interiore dell’uomo nel suo essere corporeo e spirituale. […] La virtù della castità, quindi, comporta l’integrità della persona e l’integralità del dono. La persona casta conserva l’integrità delle forze di vita e di amore che sono in lei. Tale integrità assicura l’unità della persona e si oppone a ogni comportamento che la ferirebbe. Non tollera né doppiezza di vita, né doppiezza di linguaggio” (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2337-2338).
Chi di noi non vorrebbe amare ed essere amato così?
Volersi sottrarre a questa traiettoria di evoluzione affettiva ed esistenziale, di crescita, significa introdurre una frattura, una differenza che condannerebbe alcuni all’immutabilità, ritenendoli incapaci di cambiamento e di una rinnovata consapevolezza di se stessi.
Posta dunque la necessità per tutti (e non solo per alcuni) di una continua conversione personale che riguarda tutti gli ambiti della vita, semmai è da capire come si possa proporre la chiamata (di tutti) alla conversione continua e a un amore maturo e casto a persone che vivono situazioni sentimentali e relazionali “nuove”: non è nuova l’omosessualità, ma è nuova la concezione di una progettualità che all’interno della comunità omosessuale si ricerca, nel tentato rinvenimento di quelli che potremmo definire modelli “ordinati” di vita condivisa. Questa ricerca, che ad oggi prende ancora troppo la forma di una rivendicazione strillata, ha comunque nel suo fondo una possibilità che la Chiesa non può ignorare, perché riguarda la vita e la percezione spesso ormai culturalmente innata che non poche persone hanno di se stesse e delle proprie possibilità affettive.
L’idea veicolata da Viani di persone omosessuali “messe ai margini”, patentemente infondata e vittimistica visto l’attuale contesto socio-culturale, diventa una provocazione interessante se si intende “ai margini della Chiesa”, ed è qui che la palla va rilanciata a loro: come infatti è sicuramente necessario che la Chiesa rifletta di più e meglio sulle vie possibili di integrazione delle persone omosessuali in quell’unica via che porta alla salvezza, e che è la Chiesa stessa, parimenti è ora che chi milita nel movimento LGBTQIA+, e che si prende la briga di scrivere una lettera d’indignazione a un vescovo, dica cosa si vuole effettivamente dalla Chiesa.
Perché se si vuole che essa semplicemente taccia, questo le è impossibile per chiamata; se si vuole che solamente approvi e legittimi, si ringrazi il Cielo che non l’ha mai fatto volentieri con nulla al mondo; se invece si vuole che accolga, nutra e lenisca, ecco, questo sì che può (e deve) fare breccia nel suo cuore di madre, e può richiamare tutti, da tutti gli schieramenti, a sedersi e, finalmente, a parlare. Con umiltà, e con il pregiudizio positivo, da ambo le parti, che nel fondo del cuore di ognuno si cerca, alla fin fine, lo sguardo e il sorriso del Padre.