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(da New York) Il primo affondo di domenica mattina Donald Trump lo ha riservato a Keir Starmer, annunciando sui social le dimissioni del primo ministro britannico. Era il seguito di un weekend trascorso a picconare i leader europei. Sabato era toccato al primo ministro italiano Giorgia Meloni, descritta come una premier in cerca di una foto con il commander in chief e accusata di aver perso consenso perché avrebbe rifiutato il sostegno americano contro il programma nucleare iraniano.
Contro Starmer Trump ha scritto che il premier laburista “ha fallito miseramente” su immigrazione ed energia. Da Londra sono arrivate repliche misurate. Più dura la risposta italiana: Meloni ha definito “inventate” le affermazioni del presidente americano e gli ha ricordato che la popolarità di un capo di governo non dipende dall’amicizia con lui. Anzi gli ha suggerito di guardare prima ai propri numeri, in calo anche tra settori che erano stati una base affidabile del trumpismo.
Aprono una crisi di fiducia con alleati storici e, al tempo stesso, rimbalzano sul fronte interno americano. L’amministrazione è esposta alle conseguenze delle sue scelte: guerre commerciali, dazi, aumento dei costi dell’energia e tensioni internazionali. Anche tra gli agricoltori, tradizionalmente vicini al presidente, il malcontento è visibile. Secondo Reuters-Ipsos, nelle aree rurali il giudizio sulle politiche economiche di Trump è passato da un lieve saldo positivo a inizio d’anno (45%) a una bocciatura netta, con il 61% degli agricoltori di Iowa, Texas, Ohio, Michigan e Carolina del Nord, zoccolo duro del presidente, che lo disapprovano.
Sono stati proprio loro a pagare parte del prezzo delle guerre tariffarie. Già nel primo mandato, la risposta cinese ai dazi aveva spostato gli acquisti di soia verso il Brasile, costringendo Washington ad aiuti miliardari. La nuova stretta ha riaperto la ferita: meno vendite, costi più alti per acciaio, alluminio, fertilizzanti e carburanti. I campi non possono attendere la fine di una crisi geopolitica.
Le crepe attraversano anche la Casa Bianca. Susie Wiles, capo dello staff, è stata costretta a distinguere tra il lasciare che “Trump faccia Trump” e la necessità che l’amministrazione continui a governare. Ma governare significa anche tenere insieme le alleanze. I rapporti con l’Europa si erano deteriorati da tempo: prima per la politica commerciale americana, poi per le minacce sulla Groenlandia, infine per la decisione di attaccare l’Iran senza costruire un consenso solido tra i partner.
Qui sta, come ha osservato Alexander Burns sul sito Politico, l’errore di valutazione del secondo mandato: sottovalutare il patriottismo fuori dagli Stati Uniti. Più Trump prova a delegittimare i leader in carica, più rischia di ricompattare maggioranze e opposizioni attorno alla difesa della sovranità nazionale. Ammirarlo da lontano è una cosa; accettare che Washington detti linea e convenienze politiche è un’altra.
Il paradosso è evidente. Dieci anni fa Trump costruì la sua ascesa invocando frontiere più rigide e piena sovranità americana. Oggi pretende di comprimere quella degli altri. In Ucraina, il tentativo di spingere Volodymyr Zelensky verso un accordo fragile, tra rimproveri nello Studio Ovale e richieste minerarie, ha rafforzato anziché indebolire il presidente ucraino. Anche altrove, dal Brasile all’Ungheria, le interferenze hanno prodotto più resistenze che risultati.
Il dossier più pericoloso resta l’Iran. L’idea di colpire la leadership di Teheran, piegare il Paese con la forza e favorire un governo compiacente senza truppe di terra ha prodotto uno stallo logorante, un’impennata dei prezzi dell’energia e nuove incertezze sull’economia globale. Così la crisi esterna diventa crisi interna: famiglie, imprese e agricoltori misurano alla pompa e nei bilanci il costo di una politica estera condotta a colpi di ultimatum, violando la promessa elettorale di non impantanarsi in guerre infinite.
Nel decennale della Brexit, di cui Trump fu sostenitore entusiasta, anche l’umore europeo appare cambiato. L’idea che l’identità nazionale possa bastare da sola, sopra le istituzioni internazionali e contro i trattati, mostra crepe profonde. Affidare a Truth Social il destino delle alleanze rischia di consumare proprio quella lunga pace europea che la diplomazia, più dei post, ha reso possibile.