Idee
“La chiamano Valparaiso, perché è proprio così: il paradiso sulla terra. Questo luogo mi ha accolto nel 1954, quasi trentenne. E sì che di angeli e paradiso me ne intendo. Perché? Perché posso dire di essere nato due volte, grazie all’amore e alla fede”.
Valparaiso è il secondo porto del Cile per importanza sul Pacifico, dopo San Antonio. Capitale dell’omonima provincia e della Regione Valparaiso, conta oggi 264mila abitanti.
Celebre per il suo centro storico, patrimonio Unesco, Valparaiso deve il suo nome ai marinai italiani dell’ammiraglio ligure Giovanni Battista Pastene (1507-1582), che alla vista di quei bellissimi luoghi li identificarono come “valle del paradiso”, fondando nel 1541 la città che, sede dal 1990 del Congresso Nazionale, è la capitale legislativa del Paese sudamericano.
C’è un legame forte che unisce ancora oggi la Liguria alla città cilena, che per molti resta sempre la “Genova del Pacifico”, un legame che porta il volto dei tanti emigrati, che nei secoli scorsi sono partiti per il “nuovo mondo” in cerca di fortuna e di una vita migliore e che a Valparaiso hanno scritto pagine di storia. Anche sportiva. Uno di loro è Angelo Parpaglione.
Angelo nasce il 3 dicembre 1925 a S. Salvatore di Cogorno, paesino arroccato sulle pendici delle colline della riviera di Levante, tra Chiavari e Lavagna, ad una quarantina di chilometri da Genova. Nel centro abitato famoso per la basilica dei Fieschi – fatta costruite nel XIII sec. dai papi Innocenzo IV e Adriano V, entrambi della famiglia dei Fieschi, signori di Lavagna – Angelo cresce spensierato, giocando e correndo in mezzo ai campi.
Ha quattro anni quando, in una tiepida giornata di fine estate, è vittima di un grave incidente. I genitori erano andati a vendemmiare in campagna e Angelo era rimasto a casa da solo. Uscito sul terrazzo, vede un bel grappolo d’uva che, appena fuori dal balcone di casa, sembra invitarlo a prenderlo. Angelo non ci pensa due volte e si sporge oltre il parapetto. Poi il buio. Dopo un volo di circa 4 metri, cade rovinosamente a terra, sbattendo la faccia sul ciottolato.
Il bimbo viene soccorso dal padre, che lo porta in casa. Al capezzale del piccolo arrivano due medici, che non possono fare altro che constatare la gravità delle condizioni del bambino. Nella caduta Angelo aveva riportato la frattura della mandibola e diversi altri traumi alla testa così come al corpo, oltre ad una grave commozione cerebrale. Impossibile anche solo pensare di poterlo portare in ospedale a Chiavari. Di fronte alla gravità della situazione, i due medici si vedono costretti ad esprimere concordi una diagnosi infausta, limitandosi a fasciare il capo del piccolo Angelo con delle semplici bende.
Il giorno dopo, ai piedi del letto del bimbo arrivano due frati cappuccini, giunti per pregare e per consolare i suoi genitori. Uno di loro ha con sé una reliquia un loro confratello, Francesco Maria da Camporosso (1804-1866), che il 30 giugno 1929 papa Pio XI aveva proclamato beato (sarà poi papa Giovanni XXIII a proclamarlo santo nel 1962). P. Francesco Maria era molto amato, perché aveva aiutato tante famiglie in difficoltà, in particolare quelle dei marinai e degli emigrati in America, tanto da guadagnarli l’appellativo di “Padre Santo”. “Aiuterà sicuramente anche questo bambino”, pensa il frate cappuccino ponendo la reliquia su capo del bimbo.
Il giorno seguente i medici tornano per medicare il bambino e si accorgono con stupore che sul volto del piccolo non c’è più alcuna traccia di ematomi. Le fratture erano sparite, così come la commozione cerebrale. Angelo “rinasce” così per la seconda volta.
Dell’incidente accaduto quel pomeriggio del 4 settembre 1929 e della guarigione inspiegabile del piccolo Angelo per intercessione del Padre Santo, ne parlano anche i giornali dell’epoca.
Ha 30 anni Angelo, quando la sua vita prende un percorso inaspettato. Con grande sofferenza decide di lasciare la sua casa, il suo paese e la sua amata mamma e di partire alla volta del nuovo mondo, in cerca di fortuna. Arriva in Cile, a Valparaiso. Qui sposa Margherita, figlia di emigrati italiani e ben presto la loro quotidianità viene allietata dall’arrivo di tre bambini: Rosanna, Giancarla e Angelo.
Per Angelo – così come per gli altri emigrati italiani – lo sport è occasione per sentirsi vicini, per fare comunità e per continuare ad essere parte della loro prima patria, lasciata ma mai dimenticata. Entra a far parte della Società Sportiva Italiana, fondata il 7 febbraio 1917 presso la 6.a struttura di pompieri “Cristoforo Colombo”, corpo di vigili del fuoco volontari fondato dagli emigrati italiani nel 1858, per appartenere al quale, ancora oggi, è necessaria la discendenza da famiglie italiane. All’epoca le attività della “Sportiva italiana” erano ciclismo, escursionismo, calcio, pallanuoto, nuoto, pugilato, tennis tavolo, lotta greco-romana, scherma, basket e bocce. Ed è proprio nelle bocce che Angelo Parpaglione eccelle, diventando in poco tempo un campione nazionale.
Oggi la storia di Angelo Parpaglione rivive in un docufilm dal titolo “Un Angelo in Valparaiso – il viaggio dalla Liguria al Cile tra santi, sportivi ed emigranti”, realizzato dal Museo dell’emigrazione italiana (Mei) nell’ambito del progetto “Civico delle radici”.
“Il Civico delle radici – spiega il presidente del museo Paolo Masini sull’account Ig del Mei – è un progetto che nasce per parlare della storia della grande emigrazione italiana, che è fatta di tante piccole e coraggiose storie di emigrazione. Fuori dai palazzi di partenza degli emigrati viene messa una targa con un logo, che è rappresentato da un albero che affonda le radici bene a terra, ma i cui rami diventano degli uccelli per andare all’estero”. “Accanto alla targa – prosegue il direttore del Mei – c’è poi un QRcode che permette al protagonista stesso di raccontare la propria storia e la storia di quel palazzo, che diviene così un “narratore di memoria”. La domanda di partenza è: che fine ha fatto quel bambino che abitava lì e che è partito per fare cose importanti in un Paese lontano? Da qui partiamo attraverso la raccolta di documenti e la narrazione di attori importanti con la storia, per raccontare la vita del protagonista. Ma non solo. La stessa targa la mettiamo anche all’estero, là dove è andato a vivere e a fare cose importanti. Naturalmente in questo caso la targa la mettiamo nella lingua del Paese dove andrà a vivere il nostro protagonista”.
“Il Cile rappresenta per la Liguria, e non solo, una terra importante di approdo importante per molti nostri connazionali”, aggiunge Masini.
“Il racconto – si legge sul post dedicato alla storia di Angelo Parpaglione e pubblicato su Ig – attraversa luoghi e simboli della presenza italiana a Valparaíso: dai Bomberos alla Sportiva Italiana (che festeggia il compleanno il 7 febbraio), fino alla Società Canottieri Italiani. E guarda anche al futuro: il 5 marzo aprirà il Museo “Sportiva Italiana”, che custodirà tra i cimeli anche le bocce del campione Parpaglione”.
“Pur non avendo conosciuto direttamente Angelo – afferma Ennio Gnecco, creatore dell’archivio fotografico della Sportiva Italiana – da bambini eravamo tutti avvolti dalla sua fama di grande campione di bocce. Parpaglione è stato uno dei miti dell’epoca d’oro delle bocce in Cile. Sono felice che questa storia venga conosciuta e anche riconosciuta da Mei, come una storia che parla insieme di sport e emigrazione ligure”.
Il minidocumentario è visibile in italiano e spagnolo sul canale YouTube del Mei.
Nelle prossime settimane la “mattonella parlante” verrà affissa sulla parete del municipio di Cogorno, città natale di Angelo Parpaglione, con una cerimonia che coinvolgerà l’amministrazione comunale e la comunità cilena, chiudendo idealmente un viaggio fatto di sport, memoria e appartenenza.
“Perché – si legge sull’account Ig del Mei – le radici non sono solo passato: sono storie che continuano a viaggiare”.