Fatti
Dunque l’Italia non è uscita dalla procedura d’infrazione per eccesso di deficit. L’Istat ha certificato che la soglia del 3% è stata superata per un decimale e quel decimale è stato decisivo. Uno smacco per il governo che aveva ripetutamente e pubblicamente puntato sullo smarcamento dalla procedura europea e al “rammarico” del ministro dell’economia Giorgetti (ma da Palazzo Chigi sono partiti strali anche all’indirizzo dell’Istituto nazionale di statistica per l’esito dei conteggi) ha fatto riscontro la polemica sollevata dalle opposizioni. Ma quali sono le conseguenze della mancata uscita dalla procedura? Di per sé niente di catastrofico, al di là del pessimo effetto psicologico. In estrema sintesi il nostro Paese non potrà utilizzare appieno i margini di flessibilità finanziaria (36 miliardi aggiuntivi) consentiti per energia e difesa. Il problema è che l’esecutivo sta lavorando alla legge di bilancio con cui si presenterà alle prossime elezioni e avrebbe bisogno di più risorse possibili, non di ulteriori limiti. E’ soprattutto il capitolo fiscale quello più “attenzionato” in termini politici, come dimostra l’intervento sulle accise e sui pressi dei carburanti. Il nostro Paese è in una situazione paradossale: ha un governo di centro-destra di straordinaria longevità che è riuscito (al di là dell’infortunio sul 3,1%) a tenere sotto controllo i conti (nel 2024 il deficit era al 3,4% e nel 2023 addirittura al 7%), ma a fronte di una pressione fiscale molto alta (42.9%). Esattamente il contrario di quanto recitano gli slogan della propaganda. Ora però c’è necessità di operazioni ben visibili che incidano sulle tasse, tanto più che l’inflazione ha ripreso a mordere.
Un aiuto per molti versi inaspettato arriva ancora una volta dalla tanto vituperata Europa e attraverso i fondi del Pnrr. Ma il Piano non aveva concluso il suo ciclo il 31 agosto? Sì, ma c’è ancora un bel gruzzolo (intorno ai 24 miliardi) che non è stato speso e che le regole comunitarie consentono comunque di utilizzare per altri due anni. Certo, prima o poi i soldi avuti in prestito dall’Europa (non quelli a fondo perduto, ovviamente) dovranno essere restituiti, sia pure a tasso agevolato, e quindi andranno a incrementare il debito. Intanto però il governo potrà contare su quella che è stata opportunamente definita una boccata d’ossigeno.
L’impressione è che a livello finanziario i conti in qualche modo tornino, se proprio non si commettono errori devastanti e il contesto globale regge. Quella che non torna è l’occasione persa – o non adeguatamente sfruttata, se vogliamo toccarla piano – per dare una scossa al nostro Paese risolvendo i grandi nodi strutturali. L’Italia ha un bilancio tutto sommato in ordine e il suo Prodotto interno lordo ha dato recentemente risultati che – considerata una situazione internazionale oggettivamente pesante – non sono così disprezzabili. Ma si tratta di piccoli aggiustamenti. Su larga scala la crescita e i salari restano al palo e la prospettiva di una manovra economica in chiave elettorale non promette nulla di buono per il futuro.