Idee
Guardate intorno a voi: in un’aula, in un ufficio, in una mensa. Su dieci persone, circa nove useranno la mano destra per scrivere, mangiare, gesticolare. Una proporzione così schiacciante non ha eguali nel regno animale. Le scimmie, i nostri parenti più prossimi, non mostrano nulla di simile: passano con disinvoltura da una mano all’altra a seconda della convenienza, senza mostrare una preferenza collettiva marcata. Noi umani, invece, siamo una specie “schierata” — e da almeno un milione e ottocentomila anni.
Perché? La domanda ha affascinato neurologi, antropologi ed evoluzionisti per decenni. Ora, una ricerca guidata dall’Università di Oxford e pubblicata sulla rivista “PLOS Biology” propone la risposta più ampia e sistematica mai formulata.
I ricercatori hanno raccolto e analizzato i dati relativi a 2.025 individui appartenenti a 41 specie di primati, tra scimmie e grandi scimmie antropomorfe. L’obiettivo era testare in modo rigoroso le principali ipotesi evolutive sull’origine della preferenza manuale: uso degli strumenti, regime alimentare, habitat, massa corporea, organizzazione sociale, dimensioni encefaliche e, soprattutto, modalità di locomozione.
I dati sono stati elaborati con modelli statistici che tengono conto delle relazioni filogenetiche tra le specie — un dettaglio metodologico essenziale per non scambiare una convergenza evolutiva con una vera causa comune.
Il risultato è stato sorprendente per la sua chiarezza. Inserendo nel modello la maggior parte delle variabili, gli esseri umani continuavano ad apparire come un’anomalia inspiegabile: un caso estremo, fuori scala rispetto a tutti gli altri primati. Ma quando si aggiungevano due variabili specifiche — le dimensioni del cervello e le proporzioni tra arti superiori e inferiori — l’anomalia scompariva. Gli esseri umani smettevano di essere un’eccezione e diventavano il punto d’arrivo logico di una traiettoria evolutiva.
La variabile anatomica chiave è l’ “indice intermembrale”: il rapporto tra la lunghezza degli arti anteriori e quella degli arti posteriori. Negli esseri umani questo rapporto è nettamente inferiore rispetto agli altri primati, perché le nostre gambe sono molto più lunghe delle nostre braccia. È la firma anatomica di una specializzazione radicale per il cammino eretto.
Nei primati che si muovono su quattro zampe, o che si arrampicano sugli alberi, le braccia svolgono un ruolo fondamentale nella locomozione: devono essere forti, veloci, e soprattutto intercambiabili. Non c’è vantaggio evolutivo nel preferire sistematicamente un arto sull’altro quando entrambi servono per spostarsi. La simmetria è un’opzione vantaggiosa.
Con la discesa dagli alberi e l’adozione della postura bipede, le mani sono state “liberate” dalla locomozione. Non più necessarie per camminare, hanno potuto specializzarsi in compiti completamente nuovi: fabbricare strumenti, trasportare cibo, comunicare con gesti, accudire i piccoli. Ed è proprio in questo passaggio, secondo lo studio, che sarebbe emersa una pressione selettiva a favore della lateralizzazione: con mani libere e cervello in espansione, avere un lato dominante è diventato vantaggioso.
Il processo si sarebbe sviluppato in due fasi successive e complementari.
La prima: la conquista del bipedismo, avvenuta con le prime specie del genere Homo intorno a due milioni di anni fa, ha creato le condizioni anatomiche per la specializzazione manuale. Mani libere dal peso del corpo possono sviluppare asimmetrie funzionali senza compromettere la sopravvivenza immediata dell’individuo.
La seconda: l’espansione del cervello, che ha raggiunto la sua massima accelerazione negli ultimi ottocentomila anni, ha consolidato e amplificato questa lateralizzazione. Un cervello più grande e più complesso tende a organizzarsi in modo asimmetrico, affidando funzioni diverse ai due emisferi. L’emisfero sinistro — che controlla il lato destro del corpo — si è specializzato, tra le altre cose, nel linguaggio e nelle sequenze motorie fini. La preferenza per la mano destra sarebbe, in questa prospettiva, un effetto collaterale della specializzazione linguistica del cervello: non la causa, ma la conseguenza di una riorganizzazione neurologica più profonda.
Lo suggeriscono anche esperimenti con gli scimpanzé: quando si muovono su quattro zampe non mostrano preferenze manuale chiare, ma quando vengono forzati a stare in posizione eretta emerge una tendenza laterale più marcata.
A confermare questa ricostruzione in modo quasi emblematico è il caso dell’Homo floresiensis, il piccolo ominide indonesiano noto come “l’hobbit”. Vissuto sull’isola di Flores fino a circa cinquantamila anni fa, prima dell’arrivo dell’Homo sapiens, questa specie aveva un cervello proporzionalmente molto piccolo e un’anatomia locomotoria “ibrida”: camminava su due gambe, ma conservava ancora notevoli capacità di arrampicata, con braccia relativamente più lunghe rispetto agli avanposti del genere Homo più evoluto.
Il suo indice di preferenza manuale era significativamente più debole di quello umano moderno. Niente grande cervello, niente bipedismo assoluto: niente monopolio della mano destra. Il modello prevede esattamente questo, e i dati lo confermano.
Questo allineamento evolutivo ha avuto conseguenze pratiche enormi. Una specie quasi interamente destrimane ha potuto sviluppare strumenti standardizzati, pensati e costruiti per essere usati con la mano destra. Questo ha facilitato la trasmissione delle tecniche, l’apprendimento per imitazione, la condivisione degli utensili all’interno del gruppo. Una sorta di catena di montaggio ante litteram, che ha accelerato lo sviluppo tecnologico e culturale delle prime comunità umane.
Rimane aperta, e probabilmente irrisolvibile, la questione dei mancini: quel 10% della popolazione che, nonostante la pressione evolutiva collettiva, ha sviluppato o mantenuto una preferenza per la sinistra. Le ipotesi non mancano — da un vantaggio competitivo in certi contesti sociali a varianti genetiche specifiche — ma nessuna ha ancora trovato conferma definitiva.
Quel che è certo, alla luce di questo studio, è che ogni volta che firmiamo un documento, allunghiamo la mano per stringere quella di qualcuno o impugniamo una forchetta, stiamo eseguendo, senza saperlo, il gesto conclusivo di un’evoluzione durata due milioni di anni.