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Un nuovo protagonismo politico dei cattolici per il bene comune. Parla Marco Tarquinio
Marco Tarquinio: «I credenti possono far rinascere quei legami di solidarietà e di condivisione che sono alla base del sistema democratico»
IdeeMarco Tarquinio: «I credenti possono far rinascere quei legami di solidarietà e di condivisione che sono alla base del sistema democratico»
«In questi ultimi trent’anni i cattolici hanno sempre più consolidato un positivo pluralismo sul piano dell’elaborazione culturale e delle conseguenti e diversificate scelte politiche. Questo ha comportato però anche una diaspora e una frantumazione del loro ruolo e della loro incidenza nella società, in particolare là dove si fanno le leggi e si prendono le decisioni fondamentali che segnano il futuro della comunità. Il mondo politico dal canto suo ha furbescamente inseguito e strumentalizzato l’elettorato cattolico che pur essendo minoranza costituisce un nucleo decisivo sul piano elettorale e degli equilibri parlamentari. C’è anche da osservare che tanti cittadini credenti e non credenti rifiutano questo modo di fare politica e manifestano il loro disgusto aderendo al “partito del non voto” che è diventato una maggioranza silenziosa. In questo scenario i cattolici devono ritrovare un nuovo protagonismo sul piano dell’elaborazione culturale e delle concrete proposte di soluzione dei problemi del Paese così come hanno fatto da Camaldoli in poi i cattolici democratici». Lo sguardo di Marco Tarquinio, già direttore di Avvenire e attuale editorialista, si posa sul passato per slanciarsi verso l’anno appena iniziato che vede in calendario una serie di appuntamenti importanti di natura istituzionale, elettorale – come la votazione a giugno per il Parlamento europeo – culturale e religiosa. Sono eventi che richiedono ai credenti una riflessione profonda e un ritrovato protagonismo da innervare in un comune impegno non soltanto civile ma anche politico.
Un momento importante per il mondo cattolico sarà la 50ma Settimana sociale che si svolgerà a Trieste dal 3 al 7 luglio sul tema: “Al cuore della democrazia”. Stiamo vivendo una democrazia malata, degradata che non sa più cogliere il bene comune. Che cosa possono fare i cattolici per mutare profondamente questo modello? «In un tempo di maggioranze disorientate e di minoranze radicalizzate i cattolici possono con passione costruire relazioni di fraternità. In una società composta da individui sempre più soli e quindi facilmente manipolabili dalle sirene del consumismo, davanti a una crisi profonda delle famiglie che non sono più, come un tempo, piccole chiese domestiche i credenti sono in grado di far rinascere quei legami di solidarietà e di condivisione che sono alla base del sistema democratico. Andare “al cuore della democrazia” significa quindi garantire a tutti i cittadini, nel rispetto delle fedi, delle culture, delle diversità di pensiero, l’effettiva partecipazione alle decisioni che segnano il futuro dei singoli e delle comunità. Se manca questo la politica, come purtroppo stiamo vedendo, si riduce a un mero scontro di interessi tra gruppi di potere».
Sembra di assistere a un ritorno alle ideologie dove la verità sta da una sola parte e tutti gli altri hanno sempre torto… «Io non parlerei tanto di ideologie ma di ideologismi vale a dire di un fanatismo che usa le armi dell’aggressione, dell’esclusione, della ghettizzazione e a volte anche della violenza per imporre il proprio credo. In altri periodi della nostra storia le diverse forze politiche, su questioni decisive come i principi della carta costituzionale, la scuola, la sanità, la previdenza, le libertà, hanno saputo trovare intese virtuose in nome di un interesse generale che, si badi bene, aveva alla base motivazioni etiche e di giustizia. Oggi questo non sta succedendo. Eppure proprio in questi difficili tempi avremmo ancor di più bisogno di saggezza, di “pensieri lunghi” e di “larghe intese”».
Dalla sua analisi mi pare emerga la necessità di una ricomposizione delle molteplici realtà del mondo cattolico (che sono segno di ricchezza di pensiero ma nel contempo anche di debolezza nell’azione) e la ripresa di iniziativa in campo politico. Con quali modalità dovrebbe avvenire un tale processo? «È evidente che la formula non può essere quella di un nuovo partito popolare. Vorrei però che noi cattolici fossimo riconoscibili per il nostro stile di vita e per le scelte che operiamo nel quotidiano. Gli antagonismi non servono: sono sterili e danno frutti tossici. Dunque occorre tornare a sentirsi comunità di fede e di vita in cui elaborare progetti e soluzioni condivise sui grandi temi del Paese ancorando questa visione alla persona umana e ai valori che incarna. Ciò significa perseguire traguardi di giustizia, di equità, di accoglienza degli immigrati, di condivisione dei beni e della ricchezza salvaguardando nel contempo l’integrità del Creato. Dobbiamo come ci insegnano il Vangelo e la Dottrina sociale guardare al futuro con speranza, operando anche con l’esercizio dell’azione politica, per disegnare una società e una Chiesa aperte e a totale servizio dell’uomo». Ancor di più se si ricorda che, sulla scia dei suoi predecessori, papa Francesco nella esortazione apostolica Evangelii gaudium ha definito la politica «una vocazione altissima… una delle forme più preziose della carità, perché cerca il bene comune».