Idee
Già di per sé la lettura di Flannery O’Connor significa fare i conti con l’indicibile e con un male impossibile talvolta da separare dal bene: accade ad esempio in “Il cielo è dei violenti”, uscito nel 1960, diversi anni dopo questi Diari (108 pagine, 14 euro) che le edizioni Ares, grazie alla cura di Fernanda Rosini e Alessandro Matone, propongono al lettore di oggi. Se il romanzo prima citato è uno spaccato del profondo sud degli Stati Uniti, in cui apparente non senso e chiamata divina si intrecciano in una soluzione dove follia, profezia, violenza precipitano una nell’altra, i due diari qui raccolti ci aiutano a capire le sorgenti di quella narrazione.
Il primo, scritto tra il 1943 e il ’44, ha un titolo che la dice tutta sulla costante mescidazione di umorismo, fede, trasgressione, perché quel “Matematica avanzata” significa “non aprite questi appunti, non vi possono interessare, non c’è niente che vi riguardi”, rivolto soprattutto alla madre di cui Mary (questo era il suo nome di battesimo non molto amato, e più tardi ottenne il permesso di rinunciarvi) di cui la diciottenne scrittrice temeva le incursioni.
Ricerca di senso, e soprattutto di un Dio con cui tentare di parlare, non solo fonte di misteri indicibili, indagine costante sulla vera se stessa, Platone, Aristotele, Montaigne, e soprattutto l’assidua lettura e meditazione della Bibbia, il dubbio della scelta tra arte, scrittura, amore, insegnamento, l’ombra della noia non come momento, ma come dimensione dominante, sono gli elementi che ci aiutano a capire la creatrice dei terribili protagonisti dei suoi romanzi.
E quando mette mano alle notazioni di “Diario di preghiera”, pagine che vanno dal gennaio 1946 al settembre dell’anno successivo, una sorta di moderne Confessioni, come nota Fernanda Rossini, già edite da noi dieci anni fa, ecco che Flannery si presenta in tutte le sue apparenti contraddizioni: il desiderio di essere tutta per Dio e quello di divenire una grande scrittrice. In realtà qui si assiste al tentativo di dire l’indicibile, e la grandezza nella letteratura significa anche riuscire a manifestare con umane parole la presenza di una Grazia, – glielo aveva insegnato la lettura di Bernanos -, nel peccato e nella follia. E nell’apparente silenzio di Dio.
La sua preghiera, non è un gioco di parole, è di imparare a pregare, perché “le preghiere tradizionali che ho recitato tutta la vita (…) mi sono sempre limitata a recitarle senza davvero sentirle”.
Confessioni asciutte e crude, senza attenuazioni, anche perché l’autrice non crede alle umane mediazioni, soprattutto quelle della psicologia; parlando dell’amore verso Dio, e rivolgendosi proprio a Lui, scrive: “ti prego non lasciare che le spiegazioni degli psicologi a questo riguardo lo raffreddino all’improvviso”.
La razionalizzazione dell’oltre e del non comprensibile nella sua radicalità, il materialismo conformista del pensiero contemporaneo infastidiscono molto Flannery, che li vede come tentazione demonica di costruirsi un creato a propria immagine e somiglianza, destinato a finire con l’umana fine.
La sua costante preghiera a Dio “di essere una buona scrittrice” passa attraverso la coscienza delle contraddizioni nascoste in quella preghiera, che nasce anche dalla lettura profonda di Whitman, Bloy e soprattutto Kafka.
Ma ciò che rende queste pagine una preparazione e un commento ai suoi romanzi è la consapevolezza che “la speranza possa essere compresa solo opponendola alla disperazione”: il che vuol dire, si guardi bene, non rimozione freudiana di quella disperazione, ma conti salati, diretti, terribili con essa, alla ricerca di un Senso non unicamente umano.