Mosaico
Hanno resistito per secoli al caldo che toglie il fiato e alla siccità che rende preziosa ogni singola goccia di rugiada. Ma quando poi, attorno al 2010, un esserino microscopico, ha iniziato prosciugarli da dentro, insinuandosi nei vasi interni alla pianta che trasportano abitualmente acqua e sali minerali dalle radici alla chioma, e ostruendoli, allora non ce l’hanno più fatta. Dapprima si sono seccate le foglie, che arrotolandosi su se stesse sembravano come abbrustolite, poi anche i rami hanno iniziato a seccarsi e il colore del legno si è fatto sempre più bruno. Fino a quando il disseccamento è arrivato alle radici.
Sono trascorsi più di dieci anni e, in Puglia, le persone più anziane faticano ancora a pronunciare il suo nome – xylella – ma tutti conoscono bene i disastri che questo batterio è riuscito a provocare, diffondendosi in pochissimo tempo e infettando intere piantagioni di ulivi. Ulivi che custodivano la storia di molte generazioni di contadini, che con i loro frutti aveva sfamato e sostenuto intere famiglie. Famiglie che hanno visto abbattere gli alberi sotto i quali, in autunno, di generazione in generazione avevano teso le reti per raccogliere le olive mature pronte a trasformare l’eleganza del loro nero baciato dal sole, nell’oro luccicante dell’olio fresco di spremitura. Perché, una volta che ha infettato una pianta, la xylella fastidiosa non si può debellare. Ecco che allora le piante infette vengono eliminate e vengono eliminate anche le erbe infestanti e vengono usati insetticidi per fermare l’insetto che trasporta il batterio, la sputacchina, per cercare di ridurre i contagi.
Dal 2013 ad oggi in Puglia – e in particolare nel Salento – sono oltre 20 milioni gli alberi di ulivo compromessi dalla xylella. Questo ha cambiato profondamente il paesaggio e l’equilibrio dell’ecosistema nella regione. Un impatto che non ha provocato solo gravi danni per l’agricoltura, ma che riguarda anche la biodiversità, il suolo, il territorio e la storia di migliaia di persone.
“Quando, nel 2021, ho visto per la prima volta l’estensione dei campi distrutti, mi sono ripromesso che avremmo fatto qualcosa”. A parlare è Federico Stefani, fondatore e presidente della startup Vaia, società benefit nata in Trentino all’indomani della tempesta Vaia, che nel 2018 ha abbattuto in poche ore 14 milioni di alberi su una superficie di 41mila ettari di boschi nel Nordest d’Italia. Obiettivo di Vaia era stato, fin da subito, quello di restituire vita a quel legno, un tempo usato anche per costruire violini. Era nato così Vaia Cube, un amplificatore audio naturale per smartphone, realizzato interamente con il legno degli alberi abbattuti dalla tempesta Vaia. Un progetto, quello del Vaia Cube, nato non solo per valorizzare le risorse naturali danneggiate, ma per sensibilizzare anche il pubblico sul tema della sostenibilità. Per ogni Vaia Cube venduto, la startup si è impegnata a ripiantare nuovi alberi nelle aree colpite dalla tempesta. Ad oggi sono stati ripiantati 200mila alberi, sono stati riqualificati 133 ettari di bosco e sono state recuperate 500 tonnellate di legno. Un progetto, quello del Vaia Cube, che ha dato lavoro a 15 artigiani.
“Per anni abbiamo pensato a come portare il modello rigenerativo di Vaia in Puglia – spiega Stefani attraverso i canali social di Vaia –. Ci siamo messi in ascolto di agricoltori, scienziati, istituzioni e persone comuni, per capire insieme come reagire. Non per sostituire ciò che è andato perso, ma per far crescere qualcosa di nuovo, per restituire spazio alla natura e valore al territorio”.
Un lavoro portato avanti con ferma determinazione, che ha coinvolto l’università di Trento e u comitato scientifico che include ricercatori del CNR di Bari e di Unisalento e che ha dato vita a “Oliver Matter” un nuovo materiale, sviluppato in collaborazione con SID, Scuola italiana di design di Padova. Oliver Matter mette insieme quello che sembrava uno scarto, ossia il legno di ulivo colpito dalla xylella, e polimeri bio-based. Un’unione tra tradizione e innovazione, tra identità e ricerca. Le fibre di legno di ulivo abbattuto dalla xylella vengono recuperate direttamente dalle aziende agricole pugliesi colpite dal batterio. Legno che altrimenti sarebbe destinato alla distruzione.
Oliver Matter è un materiale che non esisteva. Non è solo legno, non è solo un polimero. È un materiale adatto all’uso quotidiano, da cui nasce Vaia Cover, una custodia per smartphone che Vaia ha realizzato in sette diversi modelli – uno per ciascuno degli ultimi modelli di smartphone in commercio – e in quattro diversi colori. “Perché non per altri modelli? – risponde il team di Vaia dal suo account Ig – Abbiamo scelto di partire dai modelli più recenti. Creare cover per telefoni molto datati significherebbe realizzare prodotti con una durata già limitata. Così le nostre cover possono accompagnarti più a lungo, riducendo gli sprechi. Ma vogliamo aggiungere altri modelli. Chi è interessato può segnalarci il suo modello di smartphone e ricevere una mail quando questo verrà aggiunto”.
Una cover pesa all’incirca 40 grammi, il 77% dei quali è composta da legno di ulivo. Le cover non sono biodegradabili, ma sono riciclabili secondo gli standard dell’Unione europea.
La palette prevede quattro tinte legate ad altrettanti colori tipici della terra salentina: c’è Olive Green, che richiama il colore delle foglie degli ulivi del Salento, Pastel Turquioise, il colore del mare Adriatico, Terra Brown, che è il colore della terra pugliese e, infine, Light Ivory, il colore delle distese dorate del Salento.
Le cover sono prodotte per stampaggio a iniezione in stabilimenti italiani. Per ciascuno dei sette modelli la texture è riprodotta con fedeltà millimetrica dalla scansione originale della corteccia. Non solo, Oliver Matter – di cui è fatto Vaia Cover – conserva alcune caratteristiche distintive della materia di partenza e presenta anche proprietà antibatteriche e un profumo che richiama il legno di ulivo. Aspetti, questi, che lo differenziano da molti altri materiali plastici generalmente usati per la produzione di accessori tecnologici.
Così come era stato per il Vaia Cube, anche il Vaia Cover si presenta come un prodotto altamente sostenibile. Per ogni cover venduta, infatti, Vaia si impegna a rigenerare un metro quadro di macchia mediterranea.
“Vaia Cover – spiega Stefani – è il primo prodotto del Progetto Puglia, un progetto nato per trasformare una perdita collettiva in una nuova possibilità. Ogni cover, infatti, contribuisce alla rigenerazione della macchia mediterranea a Specchia, località in provincia di Lecce”. Un metro alla volta. Rigeneriamo la macchia mediterranea per ogni cover venduta”.
39.947°N – 18.272°E: queste le coordinate della prima “foresta della rinascita” che Vaia intende realizzare in Puglia. E queste coordinate sono incide su ciascuna cover. Un impegno concreto che Vaia prende con ogni persona che acquisterà – attraverso il sito di Vaia – la nuova cover.
In queste settimane il team di Vaia ha organizzato un fitto calendario di incontri e presentazioni in Puglia, da dove è partito questo nuovo capitolo della storia della startup trentina. Un progetto che è legato da un filo rosso con il primissimo progetto che Vaia ha presentato sul mercato. Un filo che passa proprio attraverso quello che è oggi l’oggetto di uso più comune nel nostro quotidiano: lo smartphone. Insieme, Vaia Cover e Vaia Cube, non solo possono amplificare la colonna sonora di questa estate, ma possono contribuire a rigenerare territori feriti da nord a sud Italia.
“Il progetto di Vaia – spiega Federico Stefani su Ig – è nato tra le montagne e continueremo a prenderci cura dei territori colpiti dalla tempesta Vaia e dal bostrico. Oggi vogliamo fare un passo in più: rigenerare anche altri ecosistemi fragili, come il Salento, colpito dalla xylella, attraverso nuovi ettari di macchia mediterranea. Le montagne restano casa nostra, e continueremo a piantare alberi anche qui”. E ora anche in Puglia.