Idee
Il protocollo “Liberi di scegliere” diventa proposta di legge. È stata, infatti, presentata alla Camera dei deputati, lo scorso 15 gennaio, una proposta bipartisan, firmata dalla deputata di Fratelli d’Italia Chiara Colosimo, presidente della Commissione parlamentare antimafia, e dalla senatrice del Partito democratico Enza Rando, che presiede il Comitato dell’antimafia dedicato ai minori. A sostenere il testo sono anche parlamentari delle altre forze politiche, sia di maggioranza sia di opposizione.
Il protocollo nasce nel 2012 dal lavoro del magistrato Roberto Di Bella, allora presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria. Nel corso degli anni ha ricevuto il sostegno dell’associazione Libera e si è potuto sviluppare anche grazie al contributo economico della Conferenza episcopale italiana, diventando nel tempo una prassi riconosciuta e strutturata. Determinante è stata, in particolare, l’azione di Libera nel favorire il trasferimento e il reinserimento di coloro che hanno deciso di allontanarsi dalle famiglie mafiose e dai contesti criminali di appartenenza.
A oggi sono circa 200 i minori già tutelati attraverso il progetto; 30 le donne entrate nel percorso; sette le donne che sono diventate collaboratrici o testimoni di giustizia e due ex boss, con ruoli apicali nella ’ndrangheta e nella mafia, che hanno avviato un cammino di distacco per proteggere i propri figli. Numeri che raccontano non solo l’impatto concreto dell’iniziativa ma anche la complessità e il coraggio delle scelte che essa rende possibili.
«Ora la domanda è: se il Senato approva la proposta e “Liberi di scegliere” diventa legge, i nostri territori saranno pronti ad accogliere?». A porla è don Giorgio De Checchi, parroco di S. Anna di Piove di Sacco e arciprete di Corte e coordinatore Libera del progetto “Liberi di scegliere”. La sua è una domanda volutamente provocatoria, che intende scuotere le coscienze. «Non parliamo di una legge che chiede semplicemente gesti di accoglienza che ci fanno sentire buoni – aggiunge – qui è richiesto un salto di qualità. Accogliere, in questo caso, significa creare un ambiente capace di trasmettere valori sani. Vuol dire anche che noi, come comunità accoglienti, dobbiamo essere disposti a prendere le distanze da valori che possono ricordare quelli mafiosi. In Veneto possiamo, in coscienza, dirci capaci di offrire un contesto che sia davvero immune dalla cultura mafiosa?».
L’obiettivo della proposta di legge è sottrarre all’ambiente mafioso i giovani sotto i 18 anni, oppure quelli sotto i 25 anni che, da minorenni, erano già stati destinatari delle misure previste dal progetto. Il provvedimento riguarda, anche, i genitori di minori o chi esercita la responsabilità genitoriale, purché abbia manifestato la volontà di allontanarsi, insieme al minorenne, dal contesto di criminalità organizzata. La legge mira, dunque, a creare percorsi di allontanamento sicuri, accompagnati dal sostegno necessario per rendere effettivo il distacco.
Se indicato dall’autorità giudiziaria, tra le misure previste figurano anche il trasferimento immediato in luoghi protetti, l’adozione di misure urgenti di vigilanza e protezione e l’eventuale utilizzo di documenti di copertura. Sono inoltre previsti interventi di supporto pedagogico e psicologico, l’accesso all’istruzione obbligatoria per chi non abbia ancora assolto l’obbligo scolastico, e azioni volte a favorire il reinserimento sociale e l’integrazione del minore e del familiare di riferimento nella nuova realtà.
«Ciò che accade dentro le mafie segue le trasformazioni della società – prosegue don Giorgio – ragione per cui il ruolo delle donne è diverso a seconda del gruppo di appartenenza e può trasformarsi nel tempo. Cosa nostra e ’ndrangheta non prevedono l’ingresso delle donne nei sodalizi, che restano normalmente escluse dai rituali di affiliazione. Alle donne, però, è assegnato il compito di trasmettere ai figli le regole dell’organizzazione».
Le donne che appartengono per nascita alla famiglia criminale godono di un’autonomia solo parziale: le loro decisioni sono sempre soggette al vaglio dei padri, dei fratelli o, più in generale, della cosca. Il controllo del territorio, degli affiliati, delle donne e persino dei loro corpi è un’ossessione che in alcuni casi rasenta la patologia. Ciò non toglie che esse siano perfettamente al corrente di ciò che accade, come dimostrano le numerose operazioni antimafia degli ultimi vent’anni, a partire dall’operazione Crimine-Infinito del 2010. Sono spesso loro a mantenere l’equilibrio della famiglia e ad avere il potere di indirizzare i figli verso un futuro mafioso, alimentando un senso di potere che deriva dall’essere “la moglie di” o “la figlia di”.
«Di fronte a questo quadro – conclude don Giorgio De Checchi – è fondamentale interrogarci su ciò che, come comunità, possiamo davvero offrire». Un interrogativo che chiama in causa anche la Caritas, da tempo impegnata nel progetto e oggi al lavoro per mappare le azioni possibili, con l’obiettivo di garantire la massima attuazione della legge che si auspica possa arrivare presto all’approvazione definitiva.
Save the Children ha premiato, di recente, la ricerca di Faustino Rizzo, assegnista presso l’Università di Padova, dal titolo Sfide e prospettive nella tutela dei diritti dell’infanzia in contesti mafiosi: un’analisi delle misure di protezione avviate dal Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria negli anni 2012-202o, che ha messo in luce la realtà di bambini e adolescenti che appartengono a famiglie legate alla criminalità organizzata, inseriti in programmi di protezione, ed esplorato le iniziative di tutela, fornendo utili spunti di riflessione per il prosieguo dell’iniziativa.