Fatti
La notizia della futura morte dell’Inps è fortemente esagerata, direbbe un Mark Twain redivivo valutando le opinioni di chi vede nel pensionamento dei baby boomers uno tsunami per i conti dell’ente previdenziale.
È definito boomer chi è nato durante il boom economico italiano degli anni Sessanta: è la generazione più consistente nella demografia dello Stivale. Erano tempi in cui nasceva più di un milione di bambini all’anno, contro i meno di 400mila attuali. Ora costoro stanno terminando le loro carriere lavorative, accedendo quindi tra le braccia di mamma Inps. E si dice: chi sosterrà il loro impatto, nel momento in cui la denatalità è un fatto già oggi e figurati domani?
Ma i numeri previdenziali tranquillizzano. Negli ultimi vent’anni si sono pensionate circa 9,65 milioni di persone, mentre nei prossimi venti andranno in pensione tra i 9,9 e i 10,16 milioni di italiani. Niente tsunami. Una magia? No. È il frutto delle riforme previdenziali passate, che hanno dilazionato di molto l’ingresso nel mondo degli assegni pensionistici.
Per decenni l’Italia ha permesso pensionamenti tra i 50 e 60 anni di età, mentre l’aspettativa di vita compiva un balzo enorme in avanti. Ad oggi ci sono 800mila assegni pensionistici in pagamento da più di 40 anni; due milioni da oltre 30 anni. Tutte pensioni che l’avanzare del tempo fatalmente cancellerà. Mentre gli attuali limiti di accesso (diventerà quasi impossibile pensionarsi prima dei 67 anni, quindi prima dei 70) impediranno di certo il pagamento di assegni per 30-40 anni. A meno che la scienza scopra l’elisir di lunga vita.
Ma c’è un’altra questione che fa mantenere sogni abbastanza tranquilli al sistema previdenziale: d’ora in poi le pensioni saranno tutte calcolate con il sistema contributivo, cioè tot hai versato, tot avrai indietro. Addio al generosissimo retributivo (assegno calcolato in percentuale rispetto agli ultimi stipendi), quasi addio ai cosiddetti contributi figurativi, cioè quelli riconosciuti senza versamenti.
In parole povere, gli assegni pensionistici futuri saranno sempre più striminziti e ce ne stiamo accorgendo già ora. Male per noi, buon per l’Inps. Quindi – con questa fotografia – il panorama è tranquillizzante.
A peggiorarlo possono intervenire due pesanti fattori: un crollo demografico e non un calo; una recessione economica pesante e di lungo periodo. Se non creiamo ricchezza, sarà difficile sostenere l’attuale welfare.
A questo si aggiunga qualche mattana di governi che permettano ancora pensionamenti anticipati a questa o quella categoria. Ma ci vogliono coperture finanziarie che la derelitta Italia non ha nemmeno per abbassare di qualche centesimo le accise della benzina.