Venezia 83, quinto giorno. In cartellone il secondo film italiano del concorso, “The Echo Chamber” di Andrea Pallaoro, che porta sullo schermo l’ultimo copione di Bernardo Bertolucci: girato in interni, mescola una storia d’amore e un sodalizio musicale a paure e fragilità. Con Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon. C’è anche “Woman Unknown” della danese May el-Toukhy, sul secondo dopoguerra e la violenza contro le donne che avevano avuto rapporti con i tedeschi: la protagonista Mathilde Arcel si candida alla Coppa Volpi. Infine, dalla Corea del Sud, “Possible Love” di Lee Chang-dong, che accosta le difficoltà della classe operaia a un mélo familiare.
“The Echo Chamber” – Concorso
“Il film parla delle tracce che le persone lasciano le une nelle altre e del modo in cui le relazioni possono diventare spazi sia di rifugio sia di prigionia”. Così Andrea Pallaoro, trentino di nascita e statunitense d’adozione (“Hannah”, 2017; “Monica”, 2022), racconta l’opera in gara alla Mostra, la prima di cui non firma il copione: la sceneggiatura è l’ultima ideata da Bernardo Bertolucci insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi. Pallaoro le ha dato forma scegliendo come interpreti Luca Marinelli, Alicia Vikander e il premio Oscar Susan Sarandon. Produce Indigo Film con Rai Cinema, in sala dal 10 settembre.
La storia. In un grande appartamento vive il produttore musicale Leo. Solitario, creativo e fragile, è tormentato da un persistente mal di schiena. Ad aiutarlo è Anne, fisioterapista, con cui avvia una relazione che cresce piano. Nella casa-studio arriva anche una grande diva della musica, Ava May, tornata a incidere dopo anni di silenzio.
Pallaoro dirige in un ambiente unico, un appartamento-loft lussuoso, dove si alternano momenti di creatività e pagine di intimità. Quadri densi di umanità, in cui trovano posto desiderio, paure, solitudine e fame di vita. I sentimenti di Leo si fondono e confondono con quelli delle due donne, in un’esplorazione dei territori dell’anima tra slanci e angosce vertiginose. Il film colpisce per la qualità delle interpretazioni e per la cura formale dell’autore, un’estetica che però ne diventa anche il limite: il regista sembra concentrarsi più sui quadri visivi che sulla traiettoria del racconto. Complesso, problematico, per dibattiti.
“Woman Unknown” – Concorso
È l’unica regista donna in concorso: May el-Toukhy, danese classe 1977 (tra i suoi titoli “Dronningen” del 2019 e alcuni episodi di “The Crown”), presenta “Woman Unknown”, dramma storico sulla violenza contro il corpo delle donne accusate di collaborazionismo con i nazisti. Ottima la protagonista Mathilde Arcel. Il copione è firmato dalla regista con Maren Louise Käehne.
La storia. Danimarca, fine della seconda guerra mondiale. Il Paese si sta rimettendo in piedi, ma è attraversato da lampi di violenza contro chi ha intrattenuto rapporti con i nazisti. A finire nel mirino sono soprattutto le donne. Marie fa la cameriera in una casa alto-borghese e sta per sposarne il proprietario, Christian, rimasto vedovo con una figlia. La sua vita sembrerebbe cambiare in meglio, ma dal passato si levano sospetti: una possibile relazione con un soldato tedesco.
“Il film esplora il tema del corpo femminile come campo di battaglia attraverso la prospettiva delle cosiddette collaboratrici orizzontali”, indica la regista. May el-Toukhy firma un’opera intensa e serrata, un racconto storico-psicologico sulle violenze subite dalle donne prima e dopo la guerra. Picchia duro sulla società della ricostruzione, sottolineandone lo sguardo maschilista e l’ipocrisia. I personaggi sono tutti ben sfaccettati, sulla linea di confine tra bene e male, difficili da incasellare. Marie vive una duplice prigionia: il rimorso angosciante di una relazione che rischia di metterla alla gogna e una prospettiva di matrimonio che si delinea sempre più come un legame claustrofobico. Un crocevia nel segno della sofferenza, dove la speranza latita. Film vibrante, che convince per controllo di regia, racconto e interpretazioni. Complesso, problematico, per dibattiti.
“Possible Love” – Concorso
Il sudcoreano Lee Chang-dong (“Oasis”, “Poetry”) porta in gara “Possible Love”, mélo familiare e dramma lavorativo targato Netflix. Ambientato ai giorni nostri, racconta la perdita del lavoro di una coppia di operai, che si chiudono nel silenzio e nella frustrazione. Un giorno una documentarista benestante e suo marito propongono loro di raccontare la condizione dei licenziati dallo stabilimento, per accendere l’attenzione sul disagio sociale. Lee Chang-dong dirige con abilità un’opera che alterna dramma esistenziale e mélo sentimentale, ma sconta un’eccessiva dilatazione narrativa (167 minuti) che ne annacqua pathos e tensione. Valide diverse intuizioni, soprattutto sul ruolo sociale del cinema come mezzo per dare voce ai traumi singoli e collettivi. Un’opera che chiede una lettura a più livelli e che convince, ma un po’ confonde. Consigliabile, realistico, per dibattiti.