Fatti
“Dopo mesi di minacce esplicite, schieramenti militari senza precedenti nei Caraibi e una serie di operazioni contro imbarcazioni definite da Washington come coinvolte nel narcotraffico – operazioni che hanno causato oltre un centinaio di morti in circostanze riconducibili a esecuzioni extragiudiziali –, gli Stati Uniti hanno dato seguito a quanto annunciato”.
Ricardo Alcaro, esperto di relazioni transatlantiche, è coordinatore delle ricerche e responsabile del programma “Attori globali” dell’Istituto affari internazionali. Seguendo le vicende che coinvolgono Washington e Caracas, offre un’analisi dettagliata e ad “ampio spettro” della situazione.
Probabili obiettivi e conseguenze. “Con un’azione militare definita ‘esemplare’, forze Usa hanno catturato ed esfiltrato con la forza il Presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, trasferendoli negli Stati Uniti”. Trump ha poi dichiarato che gli Stati Uniti pretendono in sostanza di governare il Venezuela: la presidenza ad interim è ora affidata a Delcy Rodriguez che si è offerta di collaborare con gli Usa, mentre da Trump è giunta una nemmeno velata minaccia: “Faccia le cose giuste o pagherà un prezzo alto”. Alcaro mette in fila alcune considerazioni “sulle ragioni dell’intervento e sulle sue probabili conseguenze”, precisando subito che sarebbero tre i principali obiettivi dell’intervento americano.
Primo obiettivo: il petrolio. Anzitutto l’interesse per il petrolio. “Trump ha esplicitamente affermato che l’intervento mira a recuperare beni espropriati alle compagnie americane e ad assicurare agli Stati Uniti un accesso pieno e diretto alle riserve petrolifere venezuelane, tra le più grandi al mondo. Si tratta di una giustificazione apertamente affaristica” e neocoloniale. Occorre fra l’altro considerare che le riserve petrolifere venezuelane sono ingenti e che gli Stati interessanti o già “clienti” di Caracas sono parecchi, in primis la Cina. Pechino ha infatti appena affermato che le risorse naturali del Venezuela appartengono allo Stato sudamericano… C’è poi una seconda ragione di carattere geopolitico, che chiama in causa proprio la Cina.
“Il Venezuela è stato negli ultimi anni uno dei principali partner regionali di Pechino, sia sul piano finanziario sia su quello energetico. Il cambio di regime offre a Washington l’occasione di colpire un perno della proiezione cinese nell’emisfero occidentale”. Quindi la terza annotazione, relativa alla migrazione. “Sotto Maduro circa otto milioni di venezuelani hanno lasciato il Paese, molti dei quali sono arrivati negli Stati Uniti. Un controllo diretto o indiretto del Venezuela consentirebbe a Washington di favorire rimpatri”. Lo studioso aggiunge che “non appare invece credibile la motivazione legata al narcotraffico. Il Venezuela non produce fentanyl”, la droga che ogni anno fa strage negli States, e semmai “la gran parte della cocaina che transita dal Paese è destinata ai mercati europei”.
Machado e Urrutia fuori gioco. Secondo il ricercatore dell’Iai la transizione democratica del Venezuela non è una priorità dell’Amministrazione Trump. Il quale “ha liquidato senza esitazioni la leader dell’opposizione María Corina Machado, fresca premio Nobel per la pace, e non ha nemmeno menzionato il candidato che, secondo gli stessi Stati Uniti, avrebbe vinto le elezioni presidenziali dello scorso anno poi manipolate dal regime di Maduro”, ossia Edmundo Gonzalez Urrutia. Nel frattempo, il Paese e la popolazione vivono un momento difficile tra povertà, inflazione, incertezza sociale e politica: quindi si profila il rischio di destabilizzazione.
Affari e “Dottrina Monroe”. Lo sguardo di Alcaro si allarga poi a prospettive geopolitiche. “Sul piano della politica estera, l’intervento” degli Usa “consolida un approccio che combina affarismo e coercizione, con tratti riconducibili a una logica di estrazione coloniale”. Peraltro, l’intervento militare e l’arresto di Maduro sono avvenuti senza la necessaria autorizzazione del Congresso e “rischia di generare tensioni all’interno del movimento Maga (Make America Great Again, ndr), ostile all’interventismo militare” oltre confine. Si è poi rispolverata in questi giorni la “Dottrina Monroe”, così “Cuba, Colombia e Messico subiscono una pressione crescente, mentre si rafforza l’allineamento con governi di destra apertamente pro-Usa, come quelli di Honduras, El Salvador, Ecuador e Argentina”. Al contrario, governi sudamericani di sinistra, come il Brasile, potrebbero cercare una protettiva sponda cinese.
Russia, Cina, Ucraina, Groenlandia… L’intervento americano a Caracas, “senza alcuna giustificazione legale, infligge – precisa lo studioso – un altro colpo al sistema di regole, norme e istituzioni internazionali. Esso fornisce una legittimazione ex post alle politiche imperiali della Russia nel proprio vicinato e, potenzialmente, una legittimazione ex ante a future azioni su Taiwan da parte della Cina”.
Insomma, l’uso della forza appare sempre più via praticabile da parte delle principali potenze.
Un’ultima sottolineatura per quanto attiene l’Europa. “Salvo la Spagna e, in misura minore, la Francia, le reazioni europee si collocano nel consueto mix di ipocrisia e ambiguità, senza una condanna esplicita di un’azione illegale sotto il profilo del diritto interno e internazionale. Ciò riduce ulteriormente la credibilità europea nel sud globale e la capacità di costruire una coalizione di medie potenze — come Canada, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia — interessate a preservare ciò che resta dell’ordine internazionale”. A questo punto la questione-Venezuela incrocia altri conflitti in corso (Ucraina, Medio Oriente) o scontri potenziali (Groenlandia), in un clima complessivo tutt’altro che rassicurante.