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Una vita segnata da avversioni, accuse di possessione demoniaca e una fede incrollabile. Lucrezia Bellini, nata a Padova nel 1444 e morta a soli venticinque anni nel monastero benedettino di San Prosdocimo, fa un nuovo passo verso la santità ufficiale della Chiesa cattolica.
Sabato 9 maggio 2026, alle ore 11.00, nella Basilica Cattedrale di Padova — dove è conservato il suo corpo — verrà formalmente avviata l’inchiesta diocesana per la causa di canonizzazione della Beata Eustochio, al secolo Lucrezia Bellini, beatificata in via equipollente da papa Clemente XIII nel 1760.
La cerimonia prevede una liturgia della Parola e l’intervento del vescovo di Padova, monsignor Claudio Cipolla, seguiti dalla prestazione del giuramento da parte del tribunale ecclesiastico incaricato di condurre la fase diocesana e dei postulatori della causa. L’inchiesta raccoglierà testimonianze sulla fama di santità, sulla devozione e sul culto attualmente tributati alla beata.
Una storia straordinaria e travagliata
Figlia illegittima di una monaca e di un nobile padovano, Lucrezia crebbe in un ambiente ostile: maltrattata dalla matrigna, segnata fin da bambina da comportamenti che i contemporanei interpretarono come possessione demoniaca. Consegnata dal padre al monastero di San Prosdocimo a sette anni, vi rimase anche quando, a seguito di scandali e dell’uccisione della badessa, molte consorelle fuggirono. Aveva sedici anni quando scelse di prendere i voti con il nome di Eustochio. Morì nel 1469, dopo una vita monastica vissuta tra continue avversioni, superate — secondo la tradizione — con pazienza, carità e una fede non comune.
A sostenere il percorso verso la canonizzazione è anche il volume “Beata Eustochio. Storia e attualità di Lucrezia Bellini (1444-1469)”, pubblicato lo scorso ottobre a cura del benedettino Christian Gabrieli, postulatore diocesano della causa, con la prefazione del cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano.
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