Idee
«Le Olimpiadi? Sono tutta un’altra cosa». Può sembrare uno slogan che sa tanto di titolo di qualche talkshow televisivo che va in onda in seconda serata per commentare i Giochi olimpici. Invece no, è un motto che Dino Ponchio, presidente del Coni Veneto, ha coniato anni fa, durante un convegno, insieme a un suo grande amico (e non da meno, grande telecronista) Franco Bragagna, quando gli hanno chiesto di descrivere l’esperienza delle Olimpiadi. Ancora oggi non trova parole più adatte per esprimere quello che si prova: «Non sono paragonabili a nessun altro evento sportivo: rappresentano l’acme dello sport. Basta chiedere a qualunque atleta che le ha vissute. Il villaggio olimpico, il clima, il cosmopolitismo: sono esperienze uniche».
Ponchio, domenica 25 gennaio, ha indossato per la prima volta i panni del tedoforo: a Belluno, ha percorso gli ultimi metri tra piazza Mazzini e il palco conclusivo, reggendo in mano con orgoglio la fiamma olimpica: «È stata un’esperienza dal fortissimo valore simbolico. La fiaccola incarna i valori dell’olimpismo. Io ho vissuto sei Olimpiadi dall’interno del villaggio olimpico: è qualcosa di straordinario, difficile da spiegare a parole. In questi mesi ho percepito proprio il passaggio da utopia a realtà: le Olimpiadi in Veneto sembravano irrealizzabili, invece con determinazione eccole qui. E sono convinto che sarà un successo: logistico, organizzativo e sportivo. Gli impianti in Veneto sono prontissimi, le gare andranno bene e i nostri atleti sono preparati. Giocare in casa offre sempre un piccolo vantaggio emotivo e questo è percepito dagli atleti».
Dal 2021 ricopre la carica di presidente regionale del Coni, il suo passato è nel mondo dell’atletica leggera, ma non disdegna qualche stoccata, anche se non parliamo propriamente di scherma: «Preciso che come Coni territoriale non siamo stati direttamente coinvolti nell’organizzazione delle gare, che spetta al Comitato organizzatore. Il nostro ruolo è stato soprattutto promozionale: abbiamo seguito i bandi per tedofori e volontari e sviluppato progetti sulla cultura dell’olimpismo, soprattutto nelle scuole. Siamo stati coinvolti anche su aspetti collaterali, come il percorso della fiaccola e alcuni progetti legati alla sicurezza. Alcuni Comuni ci hanno coinvolto, altre amministrazioni si sono dimenticate di noi. Lo dico e lo affermo: visto che si parla di sport e di valori sportivi, non può essere che il Comune di Venezia e il Comune di Verona non coinvolgano il Coni regionale. Non è rispettoso. Ma l’importante è che passi il messaggio dello sport».
Lei ha citato i progetti scolastici. Quanto conta l’Olimpiade per i giovani del territorio? Guardarla non solo in tv, ma respirarla, viverla magari a due passi da casa?
«Si parla spesso di “legacy”, di eredità, ma è un termine che non amo molto. L’eredità più importante, per me, è questa: i campioni che saliranno sul podio non vinceranno solo una medaglia, ne avranno idealmente una seconda, perché con le loro imprese accenderanno i cuori di ragazzi e ragazze per stimolarli a fare sport. Questo sarà un effetto importantissimo dei nostri risultati, perché così facendo si alimenterà la base della piramide sportiva. Poi da questa base cresceranno, se vogliamo, gli atleti, forse qualche campione, forse qualcuno arriverà alla medaglia olimpica. Ma tutti, partendo da quella base allargata, cresceranno come persona praticando sport».
A proposito di piramide sportiva, parliamo di un mondo fatto di associazioni, volontari, fatica, sacrificio. Dopo la pandemia e le difficoltà delle società sportive, che situazione vede oggi?
«Con soddisfazione posso dire che siamo tornati a numeri superiori al periodo pre-Covid, sia come tesserati sia come società. Non è stato semplice, anche per gli effetti della riforma dello sport, ma oggi vediamo segnali molto positivi. E certo le Olimpiadi daranno un ulteriore slancio».
C’è uno sport o un atleta per cui farà il tifo in modo particolare?
«Ammetto una certa ignoranza sugli sport invernali rispetto a quelli estivi, da cui provengo. Conosco poco lo sci, ma ho conosciuto la campionessa olimpica di curling di Cortina, Stefania Constantini, e farò il tifo per lei. Naturalmente sosterrò tutti gli azzurri. Quindi un in bocca al lupo a tutti e sono sicuro che faremo una grande bella kermesse».
In questi mesi abbiamo parlato dei ritardi, degli impatti ambientali delle strutture, dei costi. Poi, però, guardiamo lo spirito, l’entusiasmo di queste ragazze e questi ragazzi e allora, presidente, che ricordo vorrebbe lasciassero queste Olimpiadi?
«Mi auguro che l’Italia esca rafforzata nella sua immagine internazionale, anche dal punto di vista organizzativo. Mi auguro grandi risultati sportivi e che l’eredità impiantistica non venga sprecata, come accaduto in passato a Torino. Penso alla pista da bob, che è considerata una delle migliori al mondo, potrebbe diventare un punto di riferimento non solo per i 400 che fanno bob in Italia, ma per gli ottomila che fanno bob in tutto il mondo. Si potranno fare molte attività, anche di promozione, ma vale anche per agli altri impianti: devono diventare luoghi vivi, aperti, capaci di far crescere la pratica sportiva. Questa sarebbe la vera vittoria delle Olimpiadi».
La cerimonia di apertura dei Giochi invernali di Milano-Cortina, in programma il 6 febbraio allo stadio San Siro, si annuncia come uno degli eventi più spettacolari nella storia olimpica. Per la prima volta sarà una cerimonia diffusa, frutto di un progetto corale che coinvolge migliaia di persone e competenze artistiche, tecniche e organizzative di altissimo livello. Sul palco si alterneranno grandi nomi della scena artistica italiana e internazionale, da Mariah Carey ad Andrea Bocelli. Momento simbolico sarà l’accensione simultanea dei due bracieri olimpici di Milano e Cortina, uniti in un’unica emozione globale.