Chiesa
La Giornata mondiale delle vocazioni – che si celebra domenica 26 aprile – è un’occasione «preziosa per riscoprire che siamo dono dell’amore di Dio. La nostra vita non è casuale, ma custodisce una chiamata, un invito a camminare, a crescere, a donarsi. Investire la propria vita per Dio e per gli altri non significa perderla, ma trovarla nella sua pienezza».
A parlare al Sir è don Gianluca Loperfido, sacerdote originario di Taranto e parroco di due parrocchie belghe. In un mondo spesso «segnato dall’incertezza e dalla ricerca di senso – dice alla vigilia della Giornata – la vocazione appare come una luce che orienta il cammino. È la risposta a una domanda profonda che abita il cuore di ogni persona: “Per chi vivo? Per cosa vale la pena donarsi?”. Scoprire la propria vocazione significa, in fondo, scoprire che la vita trova il suo significato più vero quando diventa dono».
Per don Loperfido parlare di vocazione significa entrare nel «mistero della chiamata di Dio, che raggiunge ogni persona in modo unico e irripetibile».
In questo orizzonte si colloca anche la sua storia, intrecciata con l’esperienza della migrazione. Don Gianluca è infatti emigrato in Belgio da giovane, con il desiderio di costruire un futuro migliore. In questo cammino ha iniziato a «percepire una presenza più grande, un filo invisibile che guidava i miei passi», ci dice, aggiungendo che, quando è arrivato in Belgio, fu colpito dal «contesto multiculturale e secolarizzato. Era una realtà nuova, diversa da quella che avevo conosciuto fino ad allora. Non mancarono le difficoltà: la lingua, la ricerca del lavoro, il senso di smarrimento che spesso accompagna chi si trova lontano da casa. Tuttavia, in mezzo a queste sfide, ho sperimentato anche una grande ricchezza umana. Non sono mai stato solo. Ho incontrato persone che mi hanno accolto, sostenuto e incoraggiato. In modo particolare, la comunità italiana di Genk è stata per me un punto di riferimento fondamentale. In essa ho trovato non solo aiuto concreto, ma anche calore umano, vicinanza e fede condivisa. Ho sempre interpretato questi incontri come segni della presenza di Dio, come carezze silenziose che mi ricordavano che il Signore cammina con noi, anche quando il percorso sembra incerto». Nel suo percorso – racconta – ha sentito crescere il desiderio di «rispondere» a una chiamata «più grande»: dire «‘sì’ a Dio nel sacerdozio». Questo «sì» non è stato immediato né privo di domande, ma è maturato nel tempo, proprio attraverso le esperienze vissute. Ho percepito che il Belgio, con la sua realtà segnata da una forte secolarizzazione e da una crisi vocazionale, è anche una terra di missione, dove molte comunità cristiane vivono «una diminuzione della partecipazione e una crescente distanza dalla vita di fede, soprattutto tra i giovani». Le parrocchie «spesso si trovano a confrontarsi con la mancanza di vocazioni sacerdotali e religiose, con conseguente difficoltà nel garantire una presenza pastorale stabile. Tuttavia, proprio in questa fragilità emerge anche una nuova opportunità: quella di riscoprire l’essenziale del Vangelo e di annunciarlo con autenticità, attraverso una testimonianza semplice ma concreta».
Allo stesso tempo, il Belgio è caratterizzato da una «forte dimensione multiculturale, arricchita dalla presenza di numerose comunità di migranti che portano con sé una fede viva e dinamica. Questa diversità – sottolinea – rappresenta una grande risorsa per la Chiesa locale, chiamata a diventare sempre più luogo di incontro, dialogo e comunione tra culture diverse».
Come migrante – aggiunge – ho «sentito nel cuore le fatiche e i bisogni di una Chiesa che cerca nuove strade per annunciare il Vangelo. Le comunità hanno bisogno di presenze vive, di guide capaci di accompagnare, di ascoltare, di condividere il cammino. Hanno bisogno di padri, fratelli e amici che sappiano essere segno concreto dell’amore di Dio e sostegno nella crescita spirituale».
La vocazione – conclude – «non è solo una scelta personale, ma un dono che si riceve e che si è chiamati a condividere. Ogni vocazione — sacerdotale, religiosa, familiare o laicale — è un segno tangibile della presenza di Dio nel mondo, un modo concreto attraverso cui il suo amore continua a raggiungere l’umanità».