Storie
Gli ultimi scontri armati tra partigiani e nazifascisti si erano svolti soltanto undici mesi prima in quella piazza Spalato che poi venne ribattezzata piazza dell’Insurrezione 28 aprile 1945. Il successivo 8 maggio venne insediata la giunta municipale provvisoria, a Padova, designata dal Comitato di Liberazione nazionale e guidata dal falegname comunista Giuseppe Schiavon (il leggendario “Bepi Tola”,
che aveva potuto frequentare solo la terza elementare prima di entrare nella bottega del padre). Ne facevano parte anche esponenti della Dc, del Partito d’Azione, del Pli e del Partito socialista di unità proletaria.
Ma domenica 24 marzo 1946, ottant’anni fa, furono i padovani a scegliere il loro consiglio comunale. E per tanti fu un’emozione intensa e indimenticabile; il debutto assoluto in una cabina elettorale. Le elezioni amministrative locali erano state infatti abolite dalla legge 237 del 4 febbraio 1926, con la quale il fascismo aveva sostituito le assemblee municipali con podestà di nomina governativa. Per la prima volta – grazie al decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, varato dal secondo governo Bonomi, che istituì il suffragio universale – ebbero il diritto di votare anche le donne che avessero compiuto 21 anni. L’elettorato passivo (e quindi la facoltà di essere votate) venne riconosciuto alle donne l’anno successivo, attraverso il decreto luogotenenziale n. 74, approvato dalla Consulta nazionale il 23 febbraio 1946 ed entrato in vigore il successivo 10 marzo. Dall’uno e dall’altro diritto erano escluse le prostitute schedate (la norma venne abrogata nel 1947). Tra le prime undici sindache, elette fra il 10 marzo e il 7 aprile 1946, troviamo anche una veneta: Ottavia Fontana, maestra elementare di Veronella (in provincia di Verona).
Gli iscritti alle liste elettorali della città del Santo erano 95.276; si presentarono ai seggi 78.603 votanti (ovvero l’82,5 per cento degli aventi diritto). I voti validi furono 76.348; schede bianche e voti nulli ammontarono a 2.255. I seggi da assegnare erano 50. Tra gli eletti troviamo soltanto una donna, Vittoria Marzolo Scimemi (1895-1976), candidata nella lista dello Scudocrociato, che raccolse 395 preferenze; alla fine del 2024, per iniziativa dell’Associazione delle consigliere e dei consiglieri emeriti del Comune di Padova, le è stata intitolata la sala Gruppi di Palazzo Moroni.
La Democrazia cristiana stravinse nel voto del 24 marzo, ottenendo 32.224 voti (il 42,2 per cento) e 22 seggi. Il Partito comunista italiano collezionò 19.669 consensi, pari al 25,8 per cento: 12 seggi. Al terzo posto troviamo il Psiup, con 14.451 voti (il 18,9 per cento), che valevano 10 scranni in consiglio. Quarta forza dell’assemblea era il Partito liberale italiano, con 5.406 voti, pari al 7,1 per cento: 3 seggi. Il Partito d’azione (1.750; il 2,3 per cento) riuscì a eleggere il prof. Egidio Meneghetti, rettore al Bo dal 1945 al 1947; il Partito socialista cristiano (1.577 voti; il 2,1 per cento) venne rappresentato da Carlo Fantato. Restò fuori dal consiglio comunale il Partito repubblicano italiano, attestato a 1.271 voti (l’1,6 per cento).
Il successivo 2 giugno ben sei componenti di quel primo consiglio comunale sarebbero stati eletti alla Costituente. Si tratta dei democristiani Giuseppe Bettiol (il più votato con 1.610 preferenze), Umberto Merlin (1.445 preferenze, che però optò per il Comune di Rovigo, dove fu eletto sindaco, consentendo l’ingresso a Padova di Gigliola Valandro), Mario Saggin (736 preferenze) e Luigi Gui (634); del comunista Concetto Marchesi (2.012 preferenze), che aveva guidato l’ateneo nel 1943; del socialista Gastone Costa (150).
La seduta inaugurale della consiliatura, presieduta a Palazzo Moroni dalprof. Bettiol, si svolse il 18 aprile, Giovedì santo. L’elezione del sindaco venne rinviata al giorno successivo. Memorabile lo scambio di battute fra il democristiano Saggin e il comunista Marchesi. «Ho osservato e certamente lo attribuisco a dimenticanza – puntò il dito Saggin – che in quest’aula manca un crocefisso. Voglio sperare che per domani, data l’importanza della seduta, il crocefisso non sia più assente, ma presente, per illuminare le nostre menti sulle decisioni che prenderemo». Dal canto suo Marchesi, che non era credente, ma aveva comunque un crocefisso nella sua stanza all’università, non si oppose alla richiesta: «Ma desidero che per questo si aspetti la costituzione della Giunta comunale. Gesù Cristo, il Crocefisso, è così alto simbolo nei secoli che non ha bisogno di un ingresso frettoloso in una sala consiliare che non ha ancora nominato un sindaco». Pronta la controreplica di Saggin: «Io sono d’avviso che il crocefisso domani ci dovrà essere e se mai sarà il consiglio che dovrà decidere se toglierlo».
Il 19 aprile 1946, Venerdì santo, il parlamentino municipale padovano elesse sindaco l’avvocato socialista Gastone Costa (45 voti a favore, tre schede bianche del Pli, un’astensione e un’assenza). Sei assessorati andarono alla Democrazia cristiana, tre al Partito comunista italiano e uno ai socialisti. Nella giunta entrò il democristiano Cesare Crescente, che sarebbe stato eletto sindaco il 26 aprile 1947, in seguito alla scissione di Palazzo Barberini, che spaccò in due il gruppo socialista: il Psi e il Partito socialista dei lavoratori italiani (poi Psdi) di Giuseppe Saragat. Crescente rimase in carica fino al 12 dicembre 1970. Durante il suo mandato fu assessore all’assistenza e beneficenza (le attuali politiche sociali) Vittoria Marzolo Scimemi, eletta nelle elezioni del 24 marzo 1946 con 395 preferenze. Fu la prima donna consigliere comunale a Padova.
Il 2 giugno 1946, nel voto per il referendum istituzionale, a Padova prevalse la repubblica (42.493, pari al 51,67 per cento, mentre a favore di Casa Savoia si espressero 40.171 elettori, il 48,33 per cento). Nell’intera provincia prevalse invece la monarchia con il 52.01 per cento (179.077 voti); la repubblica si attestò a 164.224 consensi (il 47,99 per cento). Ben 30.326 furono i voti non validi; 25.450 le schede bianche. Nel voto per la Costituente, con gli elettori in crescita (da 76.127 a 83.849) la Dc salì in città al 45 per cento; il Pci (16,6 per cento) perse quasi seimila voti rispetto alle elezioni comunali e fu sorpassato dal Psiup (23,5 per cento). Il resto della “torta” venne suddiviso fra il Fronte dell’Uomo Qualunque (5,6), i liberali (45,55), gli azionisti (il 2,3) e i repubblicani (l’1,5 per cento).