Fatti
L’ortofrutta fresca italiana “corre” in tutto il mondo. Buono notizia per la bilancia dei pagamenti del comparto, ma buona notizia un po’ per tutti noi. E non solo perché alcune delle bontà agroalimentari nazionali vengono apprezzate dai mercati mondiali, ma anche perché la tenuta e spesso la crescita delle vendite all’estero, indicano una capacità di reazione importante delle imprese agricole. Anche se, come è naturale, i problemi non mancano e i rischi pure.
A fare i conti sull’andamento delle esportazioni e delle importazioni di ortofrutta fresca sulla base dei dati certi più recenti (quelli del primo trimestre 2026) è stata Fruitimprese, una delle più rappresentative associazioni di aziende l settore che raccoglie un giro d’affari di oltre 8 miliardi di euro.
Detto in numeri, nei primi tre mesi le esportazioni italiane di ortofrutta fresca sono cresciute del +7,6% in valore (rispetto allo stesso periodo del 2025), nonostante un calo dei volumi (-0,9%) dovuto principalmente al tracollo delle vendite estere di agrumi. Le importazioni, invece, rimangono pressoché costanti in termini di quantità (+0,5%) e crescono in valore (+5,9% rispetto al 2025). A conti fatti, il saldo commerciale sale leggermente in valore attestandosi a poco più di 360 milioni di euro (+15,3% rispetto al primo trimestre dell’anno precedente), mentre registra un segno negativo in quantità (-4.144 tonnellate) in controtendenza con il risultato dello stesso periodo del 2025. E’ necessario ancora qualche numero, però, per comprendere meglio la situazione. Fruitimprese, per esempio, fa notare come salgano del 2,9% in quantità e del 11% in valore le esportazioni di frutta fresca “nonostante la crisi di Hormuz e di conseguenza dei mercati asiatici”. Bene, poi, un po’ tutte le produzioni eccetto – ed è un male – gli agrumi (-12,5% in volume e -4% in valore) con produzioni falcidiate dal ciclone Harry nel pieno della campagna di raccolta (con l’effetto di far fare un balzo in alto alle importazioni).
Ma cosa c’è da aspettarsi da qui in avanti? Per il Presidente di Fruitimprese, Marco Salvi, i dati dei primi 3 mesi dell’anno scattano la fotografia di “un settore che continua a crescere, ma con chiari segnali di rallentamento dovuti, principalmente, alla crisi in Medio Oriente e alla chiusura dello Stretto di Hormuz che hanno condizionato pesantemente le ultime settimane della campagna di esportazione delle mele e dei kiwi”. Detto in altro modo, le esportazioni verso i paesi arabi sono crollate. E non solo per l’Italia. Mentre i prodotti di altri Paesi (Egitto, Turchia, Sudafrica) pare stiano invadendo i mercati europei. Chi esporta oltremare – viene inoltre fatto notare – sta preparando le strategie per la prossima campagna e sta vagliando le possibili alternative, che si chiamano Brasile per le mele e Stati Uniti per i kiwi, approfittando dell’abbattimento dei dazi dovuto, rispettivamente, all’Accordo Mercosur e alla, temporanea, politica favorevole di Trump. Regna comunque l’incertezza, anche, viene fatto notare, per le politiche europee collegate ad esempio alle regole sugli imballaggi. E il mercato interno? Fruitimprese annota: “I consumi dei primi 3 mesi del 2026 sono in linea con quelli dello scorso anno, interrompendo la crescita del 2025; si tratta di un primo segnale di crisi, sicuramente dipendente dall’aumento dei prezzi dovuto al costo del carburante che incide in modo preponderante sui bilanci delle aziende”. Insomma, i numeri positivi di inizio d’anno potrebbero non essere tali da qui in avanti.