Fatti
Tempo di grandi manovre nella finanza italiana e in quella mondiale. In quest’ultimo panorama, spicca la decisione della Banca centrale europea (la mamma dell’euro) di alzare il costo del denaro di un quarto di punto.
Per carità, poca cosa, ma inverte una continua discesa dei tassi e segnala un problema: sta tornando l’inflazione che va immediatamente combattuta. La crescita esponenziale degli idrocarburi e dei loro derivati – dalle plastiche ai fertilizzanti – si sta scaricando sul prezzo di molti prodotti, e la Bce getta subito acqua sul fuoco. Niente di particolare, se non fosse che il rincaro del costo del denaro ha solitamente come conseguenza quella di “raffreddare” la crescita economica. Che, da molte parti d’Europa, è veramente arduo definire “crescita”.
Una di quelle parti era ed è l’Italia, il cui Pil è previsto in crescita dello zero virgola. Quindi prossimo allo zero. Vedremo.
Intanto nello Stivale è esplosa la guerra tra istituti bancari e dintorni. Prima Montepaschi di Siena si è “pappata” la gloriosa Mediobanca, quindi la stessa Montepaschi è finita nel mirino di Banca Intesa, la più grande in Italia. “Mangiandosi” Mps, si mette in pancia appunto la banca senese, quella d’affari milanese (Mediobanca) che ha come ulteriore pregio quello di essere azionista rilevante del gigante assicurativo Generali. Che a sua volta amministra qualcosa come 900 miliardi di euro di patrimoni vari.
Il colpaccio è stato fatto con la complicità del gruppo bancario-assicurativo Bper-Unipol, che così si assicura centinaia di sportelli ex Mps soprattutto nel Nordest e diventa automaticamente la seconda banca italiana. Scalzando dalla medaglia d’argento Unicredit, a sua volta impegnata allo stremo nell’acquisto del colosso tedesco Commerzbank, nonostante tutti gli ostacoli alzati finora dal governo tedesco in giù.
Ma, come negli altri casi, sta facendo valere il principio numero uno che regola queste battaglie finanziarie: chi ha più soldi da mettere sul tavolo vince. E le banche italiane sono reduci da anni di utili mostruosi e di miliardi di euro da poter impiegare per crescere di dimensione e di affari.
Al palo rimarrebbe la Banca Popolare di Milano, che appunto aveva appena comprato l’anello di fidanzamento per Siena e mirava a salire sul podio italico.
Vedremo le successive manovre, perché sicuramente ce ne saranno: Unicredit accetterà di scendere i gradini delle classifiche italiane, pur salendo in quelle europee? E chi alla fine saprà diventare azionista importante – se non di controllo – del colosso Generali? E le banche di credito cooperativo, che hanno già fatto sapere urbi et orbi che se qualche grande gruppo si ritrova con troppi sportelli in pancia, loro sono pronte ad assorbirli? E BancoPosta?
Postilla finale. Siena era la grande banca più “meridionale”. La grande finanza è spartita da tempo da Roma, Napoli, Bari, Palermo. Ora è concentrata tra Lombardia, Emilia e Nordest. Riflette insomma la consistenza anche geografica dell’economia italiana. Però…