Fatti
La configurazione degli schieramenti che si confronteranno nel voto del 2027 è tutt’altro che definita. Il gioco delle alleanze deve fare i conti anche con un sistema elettorale di cui non si conoscono ancora tutti i dettagli e con l’incognita della partecipazione.
Sul primo punto c’è innanzitutto da rilevare che entrambi gli schieramenti con cui abitualmente viene schematizzata la scena politica presentano importanti fattori d’incertezza. Anche il centro-destra, che a ragione è stato considerato finora il complesso più stabile come dimostra la longevità record del governo, è stato terremotato dall’emergere di Roberto Vannacci e del suo partito, arrivato nei sondaggi a superare i consensi della Lega. Lega che, non va dimenticato, viveva da tempo una stagione di crisi in rapporto alla tenuta della leadership di Salvini e questa situazione ha contribuito non poco ad aprire spazi all’iniziativa dell’ex-generale. Comprenderlo nella coalizione (ammesso che Vannacci lo voglia e non è scontato come sembra) spostandone così l’asse decisamente all’estrema destra, con possibili contraccolpi nell’alleanza con Forza Italia, o tenerlo fuori privandosi di un apporto di consensi potenzialmente decisivo?
Sul versante del centro-sinistra il perimetro dell’alleanza è oggetto di un dibattito che ha due profili principali. Il primo è il rapporto tra il nucleo dell’alleanza costituito da Pd, M5S e Avs e l’area centrista ancora non ben coagulata, ma determinante dal punto di vita sia numerico che politico, perché da tale rapporto dipende il baricentro della futura coalizione. Il secondo è costituito dalla scelta della leadership, con la competizione tra Schlein e Conte che chiama in causa direttamente il tema della nuova legge elettorale. Se infatti la riforma (prescindendo in questa sede dalle questioni di costituzionalità) andasse in porto con la previsione dell’obbligo di indicare il nome del candidato premier o comunque del capo della coalizione, per il centro-sinistra – o campo largo che dir si voglia – si porrebbe il problema di un passaggio attraverso le primarie. Passaggio che se ben gestito potrebbe addirittura rivelarsi non un problema ma una risorsa, diventando motivo di mobilitazione dal basso. Sì, perché in tutti questi discorsi, in entrambi gli schieramenti, i grandi assenti sembrano essere proprio gli elettori. Come se gli spostamenti del personale politico da un partito all’altro potessero surrogare la ricerca del consenso e la partecipazione nelle urne. Non è un caso che il testo della riforma elettorale in discussione in Parlamento contempli soltanto liste bloccate, definite a priori dai leader, e non la possibilità di esprimere preferenze o meccanismi analoghi. Resterà purtroppo solo un’intelligente provocazione, ma merita di essere segnalata la proposta in base alla quale l’attribuzione del premio di maggioranza – cardine della riforma elettorale in discussione – dovrebbe essere subordinata al raggiungimento di una significativa percentuale di affluenza alle urne.