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Nel cartellone del Giugno Antoniano 2026, incentrato sugli 800 anni dalla morte del Poverello d’Assisi, Giovanni Scifoni, attore e drammaturgo romano, ha un posto di primo piano: porta in scena “Fra’ – San Francesco, la superstar del medioevo”, una coproduzione Teatro Carcano, Mismaonda e Viola Produzioni, per la regia di Francesco Ferdinando Brandi. Un monologo tra laudi storiche, sonorità rock progressive e un finale originale incentrato sul più grande tabù della nostra contemporaneità: «sora morte». A ospitare il sorprendente ritratto del Serafico Padre — evento più atteso della kermesse culturale antoniana — sarà sabato 27 giugno alle 20.45 il sagrato della Basilica di Sant’Antonio a Padova. Ingresso libero fino a esaurimento posti; in caso di maltempo lo spettacolo si terrà all’interno del santuario.
Lo spettacolo riesce a raccontare il santo più famoso del mondo senza cadere nella banalità, trasformando la figura del Poverello d’Assisi in un ritratto vibrante, umano e straordinariamente attuale. Per l’attore e autore del monologo, Francesco — che non era l’unico a praticare il pauperismo in un’epoca densa di movimenti eretici e scelte estreme — aveva qualcosa di unico: era un artista visionario. Le sue prediche erano vere e proprie performance di teatro contemporaneo: improvvisava, usava il corpo, il nudo, la malattia e il dolore come “elementi di scena”, arrivando a inventare, a Greccio nel 1223, il primo presepe. Per Scifoni nessuno nella storia ha raccontato Dio con tanta geniale creatività come fece Francesco, fino al logoramento fisico che lo porterà alla morte. Sapeva incantare le folle, far ridere, piangere, scuotere le coscienze, provocare, cantare e ballare.
Prima di mettere in scena il suo personaggio, l’attore ha approfondito la figura del santo anche attraverso le Fonti Francescane, riscoprendo un uomo complesso, pieno di contraddizioni, che non possedeva un solo modo di essere. Scifoni non ha dubbi: san Francesco è a tutti gli effetti il santo più “pop” che ci sia, un predicatore eccezionale e un vero e proprio “performer” ante litteram. Nel Duecento, in un mondo privo di internet, giornali, radio, televisione e social network, era capace di incantare con il suo messaggio folle oceaniche. All’epoca i poemi cavallereschi e le chanson de geste rappresentavano il vertice della cultura popolare, e Francesco se ne appropriava, citandoli a memoria per parlare alla gente. Utilizzava il corpo, il nudo, il gioco, lo stupore e perfino la propria malattia per scardinare le aspettative del suo pubblico.
Lo spettacolo combina sapientemente teatro, danza, canto, narrazione storica e perfino il disegno, mettendo in campo l’estro vulcanico di Scifoni. Il regista Francesco Ferdinando Brandi ha sottolineato la natura laboratoriale e collettiva del lavoro, che ha voluto restituire un san Francesco meno ieratico e iconico delle grandiose rappresentazioni cinematografiche, ma più umano e fragile. Il monologo è un’opera polifonica orchestrata dal vivo grazie alle musiche originali di Luciano Di Giandomenico, eseguite su strumenti antichi insieme a Maurizio Picchiò e Stefano Carloncelli. La colonna sonora compie un viaggio sorprendente, capace di reinventare i temi medievali e le laudi fino a traghettarli, attraverso variazioni e modulazioni, verso sonorità decisamente contemporanee: dalla techno alle contaminazioni jazz e rock progressive.
Giovanni Scifoni ha la straordinaria abilità di unire l’alto e il basso in una seducente affabulazione, trattando temi elevati con semplicità e divertimento. Il pubblico viene accompagnato attraverso i passaggi chiave della vita del santo — dalla predica ai porci fino alla stesura, da cieco e malato, del Cantico delle creature — per poi giungere a un finale potente e inevitabile: il rapporto di intensa fratellanza con «sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare» (Francesco è uno dei rari santi ad aver cantato la morte, dandole un volto quasi amorevole), costringendo gli spettatori, attraverso un gioco teatrale, a guardare in faccia l’ultimo grande tabù della nostra contemporaneità.