Mosaico
Shaima e Soula, due giovani donne sudanesi, hanno perso la vita il 3 maggio di quest’anno mentre tentavano di attraversare il canale della Manica a bordo di una piccola imbarcazione su cui avevano preso posto 82 persone. Marian, neonata proveniente dalla Costa d’Avorio, ha invece concluso la sua brevissima esistenza il 16 maggio Lampedusa, dov’è approdata insieme alla mamma. Fatale per lei l’ipotermia. Su quell’imbarcazione viaggiavano stipati altri 55 migranti, in arrivo dalla Costa d’Avorio, dal Gambia, dalla Guinea, dal Mali, dalla Nigeria, dall’Egitto e dalla Siera Leone. E non hanno avuto sorte migliore l’algerino Sofien, il bengalese Akter e, a dispetto del suo nome beneaugurale, il piccolo nigeriano Lucky, naufragati il 29 marzo al largo delle coste tunisine, insieme ad altri 35 compagni di sventura.
Anche i loro nomi sono stati citati lunedì sera, nella chiesa dell’Immacolata a Padova, dove, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato 2026, si è svolto l’incontro “Morire di speranza”, una veglia di preghiera in memoria di quanti perdono la vita nei viaggi verso l’Europa. A presiederla il vescovo emerito di Padova, mons. Antonio Mattiazzo, affiancato da don Tommaso Opocher e da don Gianromano Gnesotto. Tra i promotori dell’iniziativa la Comunità di Sant’Egidio, l’Ufficio per la pastorale di migranti/Migrantes della Diocesi di Padova, l’associazione Popoli Insieme, Acli Padova e Vides Veneto. Tra i presenti l’assessore comunale ai diritti umani, Francesca Benciolini, e il consigliere Nereo Tiso.
Sulle note struggenti di un canto africano, tutti i convenuti sono stati invitati ad accendere una candela in ricordo di tanti uomini e donne che hanno avuto il solo torto di sognare un domani diverso. Ma di candele ne sarebbero servite, come ha ricordato Alessandra Coin della Comunità di sant’Egidio, almeno 4.532: tanti sono infatti i profughi che, da giugno 2025 ad oggi, hanno perso la vita nel Mediterraneo e lungo le vie di terra, alla ricerca di un futuro migliore. Quasi un terzo di chi non ce la fa sono donne e bambini. E si registra almeno una vittima ogni 47 tentativi di attraversare il mare. Sicché si stima che siano oltre 76.500 i morti e i dispersi dall’inizio del 1990 nel tentativo di raggiungere il Vecchio Continente. Un’Europa che però – com’è stato sottolineato in una delle intenzioni di preghiera – si appresta a chiudere ulteriormente le porte a chi cerca futuro e salvezza. Di qui l’appello all’Unione “perché ritrovi un’anima solidale e accogliente verso chi soffre a causa della violenza della guerra. Perché i corridoi umanitari e le altre vie legali d’ingresso salvino la vita dei rifugiati e il nostro continente dal declino”.
Ai presenti è arrivata, forte e chiara, la riflessione di mons. Mattiazzo, che questi temi li affronta e li conosce da sempre: quarant’anni 40 fa Giovanni Paolo II lo nominò nunzio apostolico in Costa d’Avorio e pro nunzio in Burkina Faso e Niger. Poi, al termine del suo mandato pastorale a Padova, il vescovo emerito ha lavorato come semplice missionario prima in Etiopia e poi nella Custodia di Terra Santa. «Non so – si è chiesto innanzitutto il presule – quanti confratelli celebrino di tanto in tanto una santa messa “per i migranti”, che è inclusa, con un proprio formulario, nel Messale Romano. Io dico che sarebbe bene farlo. Sant’Agostino, poi, ci indica due modelli di città, caratterizzati da due tipi di amore. Da un lato l’amore egoistico, ripiegato su sé stessi, che dà vita alla Città terrena; dall’altro l’amore per gli altri, che ci conduce alla Città di Dio».
Secondo mons. Mattiazzo «l’emigrazione è un fenomeno strutturale, trae origine da una situazione di vita precaria. Certo bisogna stabilire delle regole, ma scegliendo se vogliamo dar vita a una società sempre più chiusa e autarchica o a una società inclusiva. Papa Francesco, con la sua visita a Lampedusa del 2013, e papa Leone, con l’omaggio a santa Francesca Cabrini, patrona dei migranti, a Sant’Angelo Lodigiano, ci hanno indicato chiaramente la via. Dobbiamo guardare innanzitutto alla dignità dell’uomo e della donna: l’immigrato va accolto come una persona, indipendentemente dal colore della pelle e dalla nazionalità. Va anche rispettato il diritto al ricongiungimento con i suoi familiari. In ogni migrante c’è l’immagine di Dio, in ogni immigrato il cristiano vede il volto di un fratello. È necessario che le nazioni di origine costruiscano situazioni dignitose di vita. Ma spesso questo non succede; l’ho verificato anche con i giovani che facevano capo alla comunità cui ero stato assegnato in Etiopia: soltanto tre sono rimasti a lavorare là, gli altri sono andati a cercare altre situazioni di vita».
Nel suo intervento il vescovo Antonio non si è sottratto alla stretta attualità. «Voi sapete che il 12 giugno è entrato ufficialmente in vigore, nei 27 Paesi dell’Unione Europea, il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. Le nuove regole saranno più restrittive. Non a caso la Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione Europea (Comece) sottolinea che “si rischia d’indebolire la protezione effettiva dei diritti fondamentali e la dignità delle persone vulnerabili”. Ma Il papa si chiede dove sia l’Europa dei diritti umani e ci raccomanda di non raffreddare il nostro amore per gli altri».
Al termine della veglia, dopo aver pregato perché «in Ucraina, a Gaza, in Israele, in Libano, in Sudan, in Kivu e in Iran torni ad affacciarsi la speranza della pace e cessi il massacro degli innocenti», ciascuno dei convenuti ha portato a casa una gerbera: per ricordare chi ha perso la vita in mare e assumere un impegno a operare, nelle proprie scelte quotidiane, perché la speranza non muoia. Mai.