Fatti
La riforma elettorale – l’ennesima – è approdata all’esame dell’Aula della Camera e se ne prevede l’approvazione in prima lettura intorno al 10 luglio. Si tratta di un passaggio politicamente fondamentale di questo ultimo scorcio di legislatura, sia che si vada a scadenza naturale, sia che si anticipi il voto di qualche mese come si va ipotizzando da tempo e con maggiore insistenza in questa fase. Nel nostro ordinamento il sistema elettorale è modificabile con legge ordinaria pur avendo un’evidente rilevanza per gli equilibri istituzionali della Repubblica. Peraltro la Carta contiene molti elementi che hanno consentito alla Corte costituzionale di enucleare – attraverso la sua giurisprudenza sulle questioni che le sono state di volta in volta sottoposte – tutta una serie di princìpi e criteri a cui il legislatore si deve attenere pur nella sua ampia discrezionalità. Tra gli strumenti che la Consulta ha a disposizione per riportare nei binari costituzionali le iniziative legislative ce n’è uno molto particolare che i giuristi definiscono “sentenze additive”. Sono decisioni che, come spiega il sito della Corte, “comportano l’inserimento nella legge di elementi nuovi, necessari per adeguarla ai princìpi costituzionali”. In questo caso la Consulta potrebbe essere chiamata a valutare le doppie liste bloccate previste dal testo in discussione alla Camera. Una norma criticata dai giuristi e oggetto di vigorose contestazioni dentro e fuori il Parlamento in quanto preclude totalmente all’elettore la possibilità di scegliere il candidato: i giudici costituzionali potrebbero quindi correggerla introducendo un meccanismo alternativo come il voto di preferenza. Ci sono specifici precedenti in tal senso come la sentenza del 2014 che intervenne sulla legge elettorale varata nel 2005 (nota come legge Calderoli o “Porcellum”). In quella circostanza fu la stessa Corte di Cassazione a sollevare la questione di legittimità davanti alla Consulta. Staremo a vedere, su questo terreno prima dell’approvazione definitiva della legge non potrà accadere nulla. Ma c’è ancora un bel tragitto in Parlamento dev’essere compiuto, anche se la speranza di correzioni in corsa è molto labile. Purtroppo è sempre meno seguito quel “metodo consensuale” che il Presidente della Repubblica ha evocato proprio nell’Aula di Montecitorio alcuni giorni or sono in occasione dell’anniversario della prima seduta dell’Assemblea costituente, che si tenne in quella sede il 25 giugno 1946. Fu quel metodo a consentire un’impresa che negli anni del primissimo dopoguerra poteva apparire proibitiva e che anche allora non tutti hanno saputo valutare correttamente. “Una delle interpretazioni critiche del lavoro dell’Assemblea Costituente – ha detto ancora Mattarella – tendeva a presentare lo sforzo di dialogo e di sintesi, che lo contraddistinse, come un compromesso nel senso deteriore del termine, il cui esito si sarebbe tradotto in strutture fragili della Repubblica…Al contrario, si obbediva a un principio elementare che si è, via via, affermato nel comune sentire dei cittadini: la Repubblica è di tutti”. E’ da questo principio che bisognerebbe ripartire.