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Ottantacinque anni fa, il 6 luglio 1941, Giovanni Nervo veniva ordinato sacerdote per le mani del vescovo di Padova, mons. Carlo Agostini. Aveva appena 22 anni e mezzo: così giovane che per l’ordinazione fu necessaria una dispensa di due anni e mezzo. Con lui, quel giorno, salirono all’altare altri 25 novelli sacerdoti; due erano di Solagna, il paese natale di don Giovanni.
Di quella giornata il futuro fondatore della Caritas italiana conservò per sempre un ricordo preciso, legato al congedo che il vescovo riservava a ciascun ordinando al termine della settimana di Esercizi spirituali.

«Del giorno dell’ordinazione sacerdotale porto con me un ricordo particolare. Prima della ordinazione si faceva una settimana di Esercizi spirituali e alla fine il vescovo ci riceveva uno ad uno e ci lasciava un ricordo. Non ho mai domandato quale ricordo abbia lasciato ai miei compagni. A me il vescovo Agostini ha detto: “Tu fai il tuo dovere secondo coscienza davanti a Dio. E poi non aspettarti niente dal tuo vescovo”. Un metodo piuttosto spartano, ma a me fu utilissimo e devo riconoscenza al mio vescovo perché mi ha liberato dall’idea di far carriera, che non ho mai avuto, e mi ha lasciato grande libertà nelle mie scelte senza avere la preoccupazione della copertura dell’autorità».
Una settimana dopo, domenica 13 luglio, don Giovanni celebrò la sua prima messa a Solagna. Per l’immaginetta-ricordo dell’ordinazione scelse una frase del vangelo di Giovanni: «Vi ho chiamati amici» (Gv 15,15). Un programma di vita, prima ancora che un versetto.
La sua riconoscenza andava anzitutto a due donne: la mamma e la sorella.
«Mia sorella era molto intelligente e avrebbe desiderato poter studiare. Ma noi eravamo poveri e orfani di guerra e mia mamma non poteva farci studiare tutti e due. Siccome io, ancora da bambino, dicevo che sarei andato prete, fu incoraggiata la mia scelta. Ricordo quanto ha pianto mia sorella quando, dopo la quarta elementare, ha dovuto lasciare lo studio. Forse sul piano affettivo non le sono stato abbastanza vicino e riconoscente. È stata poi l’angelo custode del mio sacerdozio e mi ha seguito e assistito con completa disponibilità a Padova e a Roma. Mia mamma mi aveva detto: “Ricordati che ha te solo al mondo”».
Della madre don Giovanni ricordava la fede discreta e il rispetto assoluto per la sua libertà:
«Ho saputo solo dopo l’ordinazione che mia mamma aveva chiesto al Signore che io fossi sacerdote. Ma ha sempre rispettato completamente la mia libertà. Ogni anno, quando era il momento di ritornare in seminario dopo le vacanze, mi diceva: “Se non ti senti di andare avanti, fermati, non pensare a noi”».
Nel “Testamento spirituale”, redatto a Malosco il 6 luglio 2012 – nel 71° anniversario dell’ordinazione – e ritrovato nella sua stanza alla Casa del clero di Padova, don Giovanni tornò con la memoria agli anni della formazione:
«Ringrazio il Signore dei miei educatori in seminario, così diversi e così saggi: mons. Fabris, padre Morello, mons. De Zanche. Quello che ho ricevuto in seminario, sebbene allora non fosse aperto all’esterno, mi ha consentito di affrontare con serenità esperienze nuove, complesse e delicate».
Da quel 6 luglio 1941, e dagli anni severi e sereni del seminario, sarebbe nato il cammino di un sacerdote destinato a segnare la Chiesa italiana. Ma tutto era cominciato qui: nella libertà di «fare il proprio dovere secondo coscienza davanti a Dio» e in quella frase scelta per la prima messa, «Vi ho chiamati amici».