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Dall’organizzazione alla fraternità: cambia la grammatica del vicariato. È la sintesi più immediata dei due giorni vissuti dai vicari foranei a Villa Immacolata, il 22 e 23 giugno, con il vescovo Claudio, il vicario generale don Giuliano Zatti e i vicari episcopali. Il consueto appuntamento di giugno riunisce, dal 2025, sedici vicari foranei – e non più una quarantina, come in passato – dopo la contrazione dei vicariati decisa al termine del Sinodo diocesano e l’istituzione delle collaborazioni pastorali, alle quali è stata trasferita la parte di coordinamento pastorale che prima spettava al vicariato. Il vicariato, oggi, ha un compito che i sedici vicari foranei hanno messo a fuoco nei due giorni vissuti insieme: la cura dei presbiteri.
«Il vicario non è più colui che gestisce le congreghe a livello pastorale – spiega don Andrea Noventa, vicario foraneo del vicariato Abano Terme-Colli – Non decidiamo più noi, insieme agli altri preti, quando fare la veglia missionaria, la Via Crucis o le confessioni in vicariato. La parte prettamente organizzativa è scomparsa. Adesso la congrega è un momento molto relazionale e formativo, pensato soprattutto per i preti». Una novità che è ancora, dice, «in fase embrionale»: per circa la metà dei sedici partecipanti si tratta della prima esperienza come vicari.
Don Romeo Presa (Asiago-Caltrano-Lusiana-Thiene), che il vicario lo fa da anni, conferma il clima: «C’è stato uno scambio veramente molto fraterno, dove ci si ascolta volentieri e ognuno cerca di far presente sia il risultato raggiunto, sia le proprie fatiche e perplessità». Risulta da tutti, ammette, «che gli impegni sono tantissimi e non si arriva a tutto, con anche una certa stanchezza in qualche caso».
Il vero scarto, però, è di linguaggio. E lo mette in chiaro don Andrea Tieto, vicariato del Conselvano: «Quando si va a ragionare di strategie si ha sempre in mente un’immagine di Chiesa legata a struttura, programmazione, marketing, azienda. Si tratta proprio di discostarsi da questo lessico, per dare un riferimento che, più che la strategia, cerchi l’incontro e la prossimità. Da strategie e programmazioni nascono solo risultati, frutti, vittorie e sconfitte: ma non è quello il linguaggio». La sfida, aggiunge, è «cambiare la grammatica con cui comprendiamo e raccontiamo la nostra vita, le nostre relazioni, il nostro ministero. Non in termini aziendali, ma in termini di fraternità. Ci riusciamo? Probabilmente ancora no, probabilmente non ci riusciremo mai. Ma sapere che quello è il nostro riferimento ci fa bene». Una postura che evita anche la frustrazione: «Nel momento in cui parli di strategie, o vinci o perdi, e di solito si perde. Se invece ragioni in termini di relazioni, le relazioni sono sempre qualcosa di nuovo che parte».
Su questo binario si è mosso il lavoro dei due giorni, scandito dai passaggi dello Statuto dei vicari foranei – costruito proprio un anno fa a Torreglia – e da momenti di confronto in piccoli gruppi. Don Alessandro Spiezia (Vigodarzere-Vigonza) prova a fissare tre coordinate: «La prima è la cura, la vicinanza e l’attenzione alla vita dei preti: il compito del vicario foraneo, soprattutto nella nuova comprensione del ruolo, è quello di poter seguire i preti, stare loro accanto, vivere insieme a loro». La seconda è la formazione, che passa per le congreghe mensili, «momenti di crescita, sempre molto ben preparati e curati». La terza è il legame con la Diocesi: «Il rischio è che ognuno viva il suo mondo, la sua parrocchia, le sue attività, perdendo il contatto con la Diocesi».
Il punto più delicato, segnala ancora don Spiezia, è la condizione del clero: «I preti sono oberati, super responsabilizzati e messi sotto la lente d’ingrandimento. Ci si chiede come aiutarli ad alleggerirsi, come cambiare anche strutturalmente la loro vita, come essere vicini nelle situazioni più difficili». L’attenzione, conferma don Noventa, è ai sacerdoti che si vedono meno, agli anziani, a chi attraversa fatiche: «Siamo esortati a telefonare, a sentire come stanno, a fare visita».
Resta da fare i conti con la percezione esterna. «Penso che la gente non abbia ancora capito questa distinzione tra vicariati e collaborazioni pastorali – ammette Spiezia – Lo stiamo capendo noi preti». Per questo, una delle proposte dei due giorni è di non aspettare il prossimo giugno per fare nuovamente il punto: un pomeriggio è già fissato a dicembre, nel contesto del Consiglio presbiterale.
La gioia più grande, sottolinea don Spiezia, è stata questa: «Condividere il compito con altri amici preti, non sentirsi soli, vedere che ci sono altre persone che si impegnano su questo aspetto». Perché la fraternità, come ricorda don Tieto, «è sempre qualcosa di nuovo che parte».
A guidare il pomeriggio di lavoro di lunedì 22 giugno è stata Barbara Vettorato, di Irecoop Veneto, che ha proposto ai vicari foranei un accostamento all’apparenza spiazzante: il loro ruolo paragonato a quello dell’HR manager-Human Resources Manager, il responsabile delle risorse umane nelle aziende. «Oggi questa figura non si occupa più solo di amministrare il personale – spiega – ma dovrebbe avere a cuore la motivazione, la valorizzazione, il benessere delle persone».
Tradotto, fuori dal lessico aziendale, significa questo: il vicario foraneo è chiamato a prendersi cura dei preti del territorio, attraverso le congreghe e «l’incontro personale, l’accompagnamento, il supporto nei momenti di fatica». Quello odierno, ricorda Vettorato, è un tempo «caratterizzato da volatilità, incertezza, complessità, ambiguità». Da qui la necessità di farvi fronte acquisendo competenze in termini di sapere, saper fare, saper essere e, oggi ancor più, saper cambiare. «Li ho sentiti motivati e fiduciosi nel voler continuare a confrontarsi, formarsi e lavorare insieme per stare dentro i cambiamenti senza subirli».
L’attenzione principale dei vicari foranei nel prossimo anno sarà la visita vicariale: il vescovo affiderà a ciascun vicario l’incarico da espletare in uno o due anni, a seconda del numero di parrocchie «Si tratta della visita alle parrocchie e ai preti, parroci e non – spiega don Romeo Presa – Comprende anche la vidimazione dei registri parrocchiali». Un compito di «collaborazione e vicinanza in nome del vescovo».