Fatti
Riso e grano duro: due colture essenziali per l’agroalimentare italiano, entrambe in crisi e quasi per gli stessi motivi. Tema importante, quello della situazione di alcune delle produzioni sulle quali si basa la produzione agricola e alimentare nazionale. Ad andare in crisi, infatti, non è solo la disponibilità di prodotto, ma soprattutto la sua qualità oltre che il destino di migliaia di imprese (con tutto ciò che ne consegue in termini di occupazione e presidio del territorio).
Riso, dunque. “Se la crisi del riso si protrae, il rischio è che gli agricoltori saranno costretti ad abbandonare la coltura per dedicarsi ad altre più remunerative”, dice Confagricoltura. La prospettiva è di quelle non solo inquietanti ma inaccettabili. L’allarme delle aziende risicole trova riscontro in alcuni dati. Ancora l’organizzazione agricola spiega che “a fronte di una disponibilità complessiva di prodotto sostanzialmente stabile rispetto alla campagna precedente, il mercato del riso registra oggi una forte contrazione. Le quotazioni alla produzione continuano a scendere, comprimendo ulteriormente i margini degli agricoltori italiani e aggravando una condizione già critica per l’intero comparto”. A pesare, viene fatto notare, è soprattutto il forte aumento delle importazioni di riso dai paesi extra europei. “L’afflusso crescente di prodotto estero nel mercato europeo – dicono i produttori – alimenta un eccesso di offerta, accentua la pressione al ribasso sui prezzi e ostacola la piena valorizzazione del riso nazionale”. A conti fatti, nei soli primi tre mesi del 2026 le importazioni in volume sono aumentate del 29%, percentuale che sale al 47% rispetto a due anni fa; in valore, l’aumento delle importazioni dal 2024 è stato del 17%.
Poi c’è il grano duro che fa registrare, spiegano sempre in Confagricoltura, “numeri preoccupanti”. Detto in parole semplici, le quotazioni per “il frumento duro di qualità superiore sono oggi inferiori a 300 euro per tonnellata: al di sotto dei costi medi di produzione”. Il Centro studi di Confagricoltura evidenzia poi un dato ancora più preoccupante, che va oltre la crisi congiunturale: dal 2012 al 2025 le superfici coltivate a grano duro in Italia si sono ridotte del 10%; il tasso di autoapprovvigionamento è sceso dal 78% al 56,5% e oggi, per raggiungere l’autosufficienza mancherebbero oltre 880mila ettari. A questi dati, si aggiungono anche quelli di Italmopa (l’associazione dei mugnai) che in una nota conferma la contrazione del raccolto di quest’anno.
Crisi, dunque, per la diminuzione dei raccolti ma anche per le politiche europee collegate alle importazioni. Questione, questa, da tempo dibattuta tra agricoltori e Ue. “La politica commerciale dell’unione, orientata a una progressiva apertura dei mercati internazionali e alla liberalizzazione degli scambi, desta forte preoccupazione tra gli operatori del settore, che vedono un ulteriore arretramento della competitività”. Indicazione che vale per il riso e per il grano ma tutto sommato per ogni altra coltivazione e, soprattutto, cozza contro le esigenze dell’industria di trasformazione. Ma quindi che fare? I produttori agricoli chiedono comunque più protezioni e l’attivazione dei cosiddetti contratti di filiera, oltre che una più forte promozione delle produzioni nazionali ce freni in qualche modo la perdita di superfici coltivate. Confagricoltura parla addirittura di “una crisi di sovranità produttiva”. Di fatto, l’agricoltura si trova di fronte ad una sfida sempre più importante: conciliare la difesa delle produzioni agricole e agroalimentari nazionali con le esigenze dei mercati globali (e tenendo conto delle tensioni internazionali).