Il ricordo di Thierry, danzatore e coreografo belga d'origine ma vicentino d'adozione, e di Antonio, falegname di Montegalda: due addii a pochi giorni l'uno dall'altro, uniti dal più nobile dei sentimenti, l'amicizia
Ci sono lezioni, che sono “mazzate”. Su tutte, quella che la morte non ha tempo e non rispetta i tempi. Così arriva e ti ruba due amici in pochi giorni uno dall’altro. Storie diverse tra loro, ma legate dal più nobile dei sentimenti: l’amicizia. Episodi che stenti a comprendere, ma sei costretto a vivere. Non è un necrologio questo, dove i morti sono tutti “belli, buoni e intelligenti”. Questa è una lezione di vita. Thierry, 71 anni, belga di origine, ma vicentino d’adozione, era una delle anime artistiche più conosciute del Vicentino. Danzatore per una vita, è stato coreografo, costumista, attore e uomo di “spiritualità elementale”. Ha girato il mondo con la sua danza, allievo di grandi coreografi come Béjart. Salutista, se n’è andato con un grande male allo stomaco. Nei suoi occhi fino all’ultimo giorno si leggeva la fine certa, come una luce oltre. «Vieni che mi fai l’ultima intervista», mi chiese mentre pagava il suo funerale. Tra le sue prime risposte: «Sono qui per imparare a lasciare andare tutto…Lo sto imparando e sono pronto ad andare!». Ci ha lasciato il 18 giugno scorso con un funerale memorabile. Antonio (Toni), 83 anni di Montegalda, falegname per vocazione, è morto per lo stesso male una settimana fa. Un artigiano modello vecchio stampo, che considerava la sua bottega un salotto. Un creativo nato, che aveva maturato e intagliato la saggezza dentro di lui. Due mesi fa, aveva compreso che il tempo era finito. Non ce lo siamo mai detti, ma i nostri occhi se lo raccontavano. Fino all’ultimo, non ha mai smesso di dire: «Gò sempre da imparare!». La sua camera ardente è stata allestita dentro la sua bottega, tra le sue cose. Due lezioni di esistenza. Due persone che hanno fatto dell’umiltà la loro forma di presenza: imparare a lasciare andare. E continuare a imparare. Oggi «porto le mani all’orecchio per non udire il micidiale silenzio» citando Turoldo, per dire che il mio (nostro) mondo senza di loro è già più povero.