Fatti
“La mafia teme la scuola più del carcere”. Le parole di Antonino Caponnetto indicano ancora oggi una delle strade da percorrere per trasformare la memoria delle stragi del 1992 in responsabilità collettiva. A trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, nella quale furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, il contrasto alla mafia passa anche dalle periferie, dalle scuole e dalla possibilità offerta ai bambini di immaginare un futuro diverso da quello apparentemente già scritto per loro. “Il contrasto alle mafie deve muoversi sempre su due dimensioni: quella repressiva e quella preventiva. In mezzo ci sono l’educazione, la consapevolezza e la costruzione di alternative possibili”, afferma al Sir Carmelo Pollichino, referente di Libera a Palermo.
Arrestare i responsabili dei reati resta indispensabile, ma “i risultati della repressione rischiano di liquefarsi nel lungo periodo se, parallelamente, non viene portata avanti un’azione educativa”. La prevenzione si sviluppa soprattutto lungo due traiettorie: il lavoro e l’educazione.
“Se non siamo capaci di offrire alternative valide e di permettere alle persone di costruire progetti di vita sostenibili – osserva Pollichino – non riusciremo a intaccare davvero il fenomeno criminale. La povertà è sempre stata uno dei bacini di cui le organizzazioni mafiose si sono alimentate”.
Non basta, dunque, insegnare la legalità come principio astratto: occorre creare le condizioni materiali perché scegliere una vita libera dalla mafia sia concretamente possibile.
In questa prospettiva si inserisce “Organizziamo la speranza”, iniziativa promossa dall’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il programma interessa quindici aree socio-educative strategiche italiane e, a Palermo, coinvolge le “periferie sociali” dei quartieri Palazzo Reale-Monte di Pietà e Tribunali-Castellammare, nella prima circoscrizione. Libera Palermo è capofila di una rete chiamata a mettere in relazione scuole, famiglie, enti del Terzo settore e comunità educanti. “Nel centro storico esistono già molti interventi importanti, ma devono essere messi a sistema, evitando sovrapposizioni e frammentazioni”, spiega Pollichino. L’obiettivo è accompagnare bambini e adolescenti non soltanto nelle aule scolastiche, ma anche negli altri luoghi in cui si svolgono esperienze di crescita, partecipazione e cittadinanza. “I ragazzi non devono essere soltanto utilizzatori dei diritti, ma partecipare alla loro costruzione. I diritti hanno bisogno di essere difesi, presidiati e condivisi”.
È un’antimafia che comincia dai bambini, ma coinvolge l’intera comunità. Perché la povertà educativa, sottolinea il referente di Libera, “è un impoverimento delle coscienze, della cultura e della società civile”. Contrastarla significa rafforzare le libertà e impedire che la criminalità organizzata occupi gli spazi lasciati vuoti dalle istituzioni e dalla comunità.
Un’altra frontiera di questa azione preventiva è rappresentata da “Liberi di scegliere”, il percorso nato dall’esperienza del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria e divenuto legge nei giorni scorsi. Il provvedimento punta a proteggere e accompagnare i minorenni cresciuti in famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata, insieme alle madri e agli adulti di riferimento che decidono di allontanarsene. “Per troppo tempo non abbiamo rivolto lo sguardo ai bambini, nonostante siano stati tra coloro che hanno pagato il prezzo più alto della violenza mafiosa”, dice al Sir la senatrice Enza Rando, che ha seguito da vicepresidente nazionale di Libera il progetto e poi da parlamentare l’iter della proposta di legge fino all’approvazione. Alcuni sono rimasti vittime delle guerre tra clan, altri sono stati uccisi per colpire o vendicare i loro familiari. Molti sono cresciuti dentro una cultura che presentava la prosecuzione delle attività criminali della famiglia come un destino inevitabile.
“Liberi di scegliere prova a spezzare questa catena, questa sorta di ereditarietà mafiosa”, spiega Rando.
Non si tratta di una misura repressiva nei confronti dei minori, ma di un insieme di azioni educative, formative, psicologiche e di accompagnamento. “Un bambino non può diventare merce di scambio tra famiglie o gruppi mafiosi. Deve essere tutelato e messo nelle condizioni di conoscere un’altra vita”. Il percorso può prevedere, sulla base delle decisioni dell’autorità giudiziaria e della valutazione di ogni singolo caso, la limitazione o la sospensione della responsabilità genitoriale e l’allontanamento temporaneo dal contesto criminale.
Grazie alla collaborazione tra magistratura, Libera, servizi e famiglie affidatarie, bambini abituati a vedere armi, proiettili e latitanti hanno incontrato libri, quaderni, sport e teatro. “Hanno ricominciato a essere bambini”, sintetizza Rando.
Spesso sono proprio i figli ad aprire una breccia anche nelle madri. Donne cresciute in ambienti mafiosi, talvolta maltrattate e convinte che quella vita fosse normale, scelgono di seguirli, affrontando pericoli e paure. “È un coraggio spaventato – osserva la senatrice –, ma consente loro di capire che possono pensare, parlare e decidere autonomamente”. Le famiglie affidatarie, inizialmente riferimento per i minori, diventano così una presenza importante anche per le madri. L’impatto raggiunge il cuore stesso del potere mafioso. “Quando un figlio dice al padre: posso volerti bene, ma non sei la persona che stimo e non voglio fare quello che fai tu, la subcultura mafiosa viene indebolita, la mafia viene indebolita”, afferma Rando. Si rompe così la pretesa dell’organizzazione di controllare non soltanto le attività economiche e criminali, ma anche gli affetti e il futuro delle nuove generazioni.
Il 19 luglio, nell’anniversario della strage, Libera a Palermo sarà ancora una volta in via D’Amelio per il minuto di silenzio e la commemorazione. Ma, avverte Pollichino, “la memoria deve essere viva e attiva, deve lasciare un segno e aiutarci a valutare l’efficacia delle azioni compiute”. Ricordare Borsellino e gli agenti della scorta significa allora non delegare ad altri la difesa della democrazia. E cominciare dai bambini, dalle scuole e dalle periferie, affinché nessun luogo di nascita e nessun cognome possano essere considerati una condanna.