Idee | Pensiero Libero
«Non è giustooooooo». Ora di cena, l’urlo esplode inatteso direttamente dal salotto, dove il piccolo di casa già bighellona dopo aver mangiato (tutto, per fortuna…). Vuole assolutamente uscire, deve andare al parchetto dove sa che si radunano amici e vicini di casa. Nella sua mente di 5enne non c’è alcuno spazio per il “no” motivato di noi genitori. Come sia riuscito a sostenere i trenta minuti di spiegazioni, dialogo, confronto, pazienza (tanta pazienza, di fronte alla furia cieca di certi momenti), Dio solo lo sa… E a proposito di Dio: sabato pomeriggio, tornando dalla piscina, sempre lo stesso ometto se ne esce così: «Papà, ma cosa significa che Dio sta in cielo?!». Ecco, trovala tu una risposta dopo otto ore trascorse giù dallo scivolo e su per le scale dell’impianto natatorio (scelto naturalmente da lui…).
Due frangenti, due pennellate della rilassata quotidianità di un genitore del terzo millennio… eppure… eppure sono anche i momenti che tingono la vita di senso, che le danno un pantone ogni giorno diverso e ogni giorno più affascinante. Per questo non ho alcune difficoltà a credere che le giovani generazioni hanno voglia di paternità e di maternità, come emerge dal rapporto Volere o potere, presentato martedì 28 luglio a Roma dalla Fondazione per la natalità e realizzato in collaborazione con Istat. E se il mio piccolo “tirannosauro-teologo” è uno dei 400.249 bambini nati nel 2021 lo scorso anno di bambini ne sono nati 45 mila in meno (355 mila in tutto).
Una delle cose più complicate è cercare le cause di tutto questo. Ma non stiamo nemmeno focalizzando al meglio le conseguenze. Senza nuovi nati il sistema non si regge, le piccole corti di giovani lavoratori non garantiranno welfare e sostegni economici adeguati alle ampie schiere di baby boomers che iniziano a raggiungere l’anzianità (sessant’anni fa si nasceva in Italia a ritmi di un milione l’anno).
Il dossier evidenzia come la denatalità non sia il frutto di un cambiamento culturale o della mancanza di desiderio di avere figli. Al contrario, il problema è la crescente distanza tra ciò che le persone vorrebbero realizzare e ciò che riescono concretamente a fare.
Tra gli italiani in età feconda che non avranno altri figli, il 62,2 per cento afferma infatti di aver rinunciato a causa delle difficoltà incontrate, mentre soltanto il 5,5 per cento dichiara che la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita. E in effetti, l’indice contro politiche fatte di bonus e interventi spot (negli ultimi dieci anni anche il semplice congedo di paternità obbligatorio è cambiato cinque volte!) va puntato: i progetti di vita hanno bisogno di stabilità, non di “aiutini” o mancette. I veri responsabili dell’inverno demografico, secondo il presidente della Fondazione per la natalità Gigi De Palo, sono la precarietà contrattuale, gli stipendi inadeguati, la carenza cronica di servizi all’infanzia e la difficoltà oggettiva di conciliare i tempi di vita e di lavoro – che colpisce soprattutto le donne.
Tutto corretto. E tuttavia non posso non riflettere anche su un certo piano inclinato che appare sempre più chiaro a livello sociale. Paternità e maternità non sono solo coccole e grandi domande – quelle appunto che danno senso ai giorni – sono anche sacrificio e motivazione a mettere da parte tempi e desideri personali per fare spazio all’altro, a quell’altro, al figlio così desiderato e così complesso da amare in ogni momento. Federico Tonioni, docente di psichiatria alla Cattolica di Roma, nel suo commento al messaggio di papa Leone per la 60a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, lo scrive chiaramente: ogni genitore ama come può, come riesce. Ed è qui che le domande si affastellano. Davvero oggi siamo ancora tutti facilmente disposti a farci da parte per dare spazio ai piccoli, con programmi che saltano, spazi di riposo che si riempiono, relazioni che giocoforza si allentano? Davvero siamo desiderosi di metterci alla prova fino alle fondamenta di noi stessi per amare sempre meglio questi piccoli che mettiamo al mondo? Sono domande aperte, queste, non tanto per politici o studiosi, ma per l’educatore che c’è in ciascuno di noi.