Idee | Pensiero Libero
Partecipare alla “Festa del giornalismo che non si arrende”, qualche giorno fa a Piove di Sacco, in occasione del 50° del circolo Wigwam di Arzerello, non è stata solo l’occasione per confrontarsi con tanti colleghi sullo stato di salute (preoccupante) del nostro mestiere. Organizzato da Argav (Associazione regionale giornalisti agroambientali del Veneto), insieme con Rete Wigwam, Sindacato giornalisti Veneto, Unarga e con il patrocinio dell’Ordine dei giornalisti del Veneto, l’evento è stato soprattutto l’occasione per rimettere sul tavolo una serie di tessere del grande mosaico dell’informazione veneta, che oggi appaiono sbiadite. Ma attenzione, si tratta di tessere che non servono semplicemente agli addetti ai lavori, tutt’altro, sono necessarie a voi lettori, ai cittadini di oggi e di domani, a chi in coscienza riveste (o lo farà in futuro) incarichi pubblici con la possibilità di incidere sulle vite delle comunità e delle persone.
Per riannodare i fili del ragionamento partiamo da due fatti – sconvolgenti – di questi giorni, nello sterminato palcoscenico geopolitico mondiale. Da un lato i fatti di Ceuta e Melilla, con decine di migliaia di migranti che hanno raggiunto a nuoto dal Marocco l’exclave spagnola in territorio africano: un fatto senza precedenti, che non può essere semplicemente accaduto, essendo al contrario frutto di un’orchestrazione che ancora a una settimana dai fatti non è emersa con chiarezza. Dall’altra parte, il 38° annuncio di cessate il fuoco in Iran (sì, c’è chi si è preso la briga di contarli, sic!), da parte del presidente degli Stati Uniti, puntualmente smentito oltre che dai fatti anche dalla presa di posizione della controparte mediorientale, con conseguenti oscillazioni dei prezzi dei carburanti e di altri titoli finanziari nelle maggiori borse del pianeta.
Fatti come questi – ma l’elenco potrebbe proseguire a lungo – non possono passare “in cavalleria”, senza spiegazioni, senza almeno il tentativo di approfondimento. Da parte dei giornalisti, certo, ma anzitutto da parte delle singole cittadine e dei singoli cittadini. L’andamento mediatico e informativo degli ultimi decenni, al contrario, pare avere avuto l’effetto di anestetizzarci. L’infodemia nella quale siamo immersi tuttora dallo scoppio del Covid, unita ai ritmi forsennati della nostra vita e alla portata disorientante degli eventi a cui stiamo assistendo (Vaia, la guerra in Ucraina, l’esplosione dei prezzi delle materie prime, gli interventi dell’Ice negli Usa, le conseguenze del 7 ottobre 2023 in Israele e Palestina) rischia di sfinirci, il nostro cervello ci chiede una tregua, è al limite della sopportazione. Persino il tentativo del presidente Infantino di vendere quote dei futuri mondiali di calcio a società private dà adito a retroscena e possibili secondi fini: difficile che si tratti “solo” di soldi.
E se tutto questo facesse comodo a qualcuno? Meno attiviamo il nostro spirito di osservazione e la nostra capacità di critica; meno ci chiediamo la ragione di certi eventi o dichiarazioni; meno leggiamo e ci informiamo (ognuno ha le sue fonti privilegiate) e più chi detiene grandi interessi avrà la possibilità di realizzare i propri fini. Allargare le braccia e non avere un’idea il più precisa possibile su quanto accade, temiamo, è un lusso che non possiamo (più) permetterci.
E il giornalismo, quello fatto bene, può dare una mano a (ri)attivarsi, a riprendere un ruolo attivo – che non significa per forza avere incarichi – all’interno della comunità, perché è necessario crescere in consapevolezza.
La pensosità è un atteggiamento oggi altamente fuori moda. Al contrario, le dinamiche social oggi impongono di reagire immediatamente e condividere prima di subito idee, impressioni, sentimenti e foto nella logica del “like”. Ma le persone non hanno bisogno di questo, anzi: di questo hanno bisogno le piattaforme e le big tech che le gestiscono, in modo da fare traffico e lucrare sulla pubblicità. Esiste un giornalismo che non si arrende, quindi, che mette ancora al centro l’etica, l’impegno civile e il racconto del territorio e dell’ambiente e, speriamo, che aiuta a pensare.