Villaggio Sant’Antonio di Noventa Padovana. Quando Vangelo vuol dire Carità
Il Villaggio Sant’Antonio di Noventa Padovana nacque negli anni Cinquanta per ospitare gli orfani di guerra. Nel tempo ha cambiato forma ma non lo spirito di carità, rivolto a giovani e persone con disabilità. A Monselice i Conventuali di frati si occupano di dipendenze
Villaggio Sant’Antonio - I ragazzi dell’HappyCentro.
Essere un seguace di san Francesco significa anche seguirne le orme nel servizio al prossimo. Dove c’è un convento di frati, la carità è di casa. A Noventa Padovana c’è un luogo dove questa si respira da oltre settant’anni: il Villaggio Sant’Antonio.
«San Francesco ha dato l’esempio occupandosi dei lebbrosi – spiega fra Giancarlo Paris, responsabile del Villaggio – e ha fatto del Vangelo e della povertà i cardini del suo operato, come scelta per se stesso e verso i bisognosi. Sant’Antonio non ha fatto che ribadirlo, il suo carisma si può riassumere nel motto: “Il Vangelo è carità”, e anche papa Leone nell’enciclica Magnifica Humanitas ci dice che pure le persone fragili hanno una dignità, che è nostro compito riconoscere e valorizzare».
Il Villaggio Sant’Antonio inizia la sua storia di solidarietà nel 1953: fu il terzo orfanatrofio creato dai frati della basilica del Santo, dopo un primo in Friuli Venezia Giulia e un altro a villa Tron, in via Orto Botanico, nel centro di Padova. Inaugurato nel 1955 dal vescovo Girolamo Bortignon, all’inizio ospitò circa trenta orfani di padre – non di entrambi i genitori – per lo più per conseguenze di guerra, che in breve divennero un centinaio. Aveva sede nella storica villa Giovannelli: tra i primi che donarono un contributo per ristrutturarla ci fu Gino Bartali.
Col mutare dei tempi il Villaggio divenne collegio e scuola, dalle classi elementari alle medie, e fu istituto professionale che formò elettricisti, tipografi e operatori nel settore della calzatura. Oggi che queste scuole sono state chiuse, la struttura si è aperta a comunità di affido di ragazzi provenienti da famiglie con difficoltà. Sempre ascoltando le esigenze del territorio, si è dato spazio poi a persone con disabilità: oggi sono in 60 a frequentare le attività diurne e venti vivono in comunità. Nella barchessa c’è il “dopo di noi”, ovvero 15 ragazzi che a rotazione seguono un percorso sull’autonomia. Ci sono poi il doposcuola HappyCentro per alunni delle elementari e i centri estivi per ragazzi con disabilità.
Ad affiancare la comunità, oggi di quattro frati, vi sono da sempre le suore Francescane missionarie di Assisi: una comunità che conta tre consorelle. Con loro operano decine di volontari, dagli autisti a chi segue i vari laboratori come quello di ceramica e il coro Fra Daniele.
Una seconda esperienza si solidarietà è quella di Monselice, iniziata negli anni Settanta da due frati, Luciano e Danilo, che accolsero, dapprima nel convento di via San Massimo a Padova e poi in appartamenti a Monselice, persone senza dimora. Oggi l’esperienza è sfociata in quattro comunità per persone affette da dipendenze, dalla droga alla ludopatia, e una per religiosi con problemi di alcolismo.