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Tutti a Padova le conoscono come suore Elisabettine, ma il loro nome completo è Suore Terziarie Francescane Elisabettine di Padova. E, come dice il nome, si rifanno alla spiritualità e all’esempio di San Francesco, ma attraverso la santa che ispirò la fondatrice, ovvero Elisabetta d’Ungheria.
La congregazione ha una storia particolare: la fondatrice, la beata Elisabetta Vendramini, giovane di famiglia benestante e già promessa sposa, lasciò tutto per seguire la chiamata del Signore. Si dedicò all’inizio alle bambine povere di un orfanotrofio nell’ex convento di padri cappuccini di Bassano del Grappa, suo paese natale, e divenne professa nel Terzo Ordine di San Francesco. Spostatasi a Padova, trovò impiego all’Istituto degli Esposti, allora nell’attuale ospedale militare di via San Giovanni di Verdara, e con l’assistenza di don Luigi Maran diede vita nel 1828 a una prima comunità. Le prime due compagne furono un’orfana diventata educatrice, Felicita Rubotto, e una giovanissima orfana di origine ungherese, Chiara Der. Il luogo era una soffitta in un quartiere con molti problemi sociali e la via, che ora è dedicata alla stessa Vendramini, si chiamava via degli Sbirri. Qui le tre diedero vita a una scuola per giovani abbandonate: in pochi anni crebbero sia le consorelle che le ragazze accolte.
«La nostra fondatrice – racconta la madre provinciale italiana, da poche settimane rieletta per un secondo mandato, suor Enrica Martello – traeva ispirazione da Sant’Elisabetta d’Ungheria, la principessa ungherese coeva a Francesco che, rimasta vedova, era entrata nel Terz’Ordine Francescano e aveva dedicato il resto della sua vita all’azione assistenziale e caritativa. È a lei, nostra patrona, che deve il nome la nostra congregazione e sempre per il suo esempio la nostra fondatrice ha voluto che traesse ispirazione dalla spiritualità francescana».
La fraternità e la carità sono quindi al cuore della spiritualità delle Elisabettine padovane. Il loro operato si distinse subito, oltre che per il lavoro con le giovani, anche durante l’epidemia di colera del 1836, quando le suore accolsero molte malate nel dormitorio. Questo spirito di fratellanza che derivava dal francescanesimo fu tra i motivi per cui la Vendramini, a cui era stato proposto di aderire ad altre congregazioni già esistenti, rifiutò sentendo che il carisma delle future elisabettine era diverso: di istituti di carità ce n’erano molti, ma non erano terziarie francescane.
«Il nostro impegno è vivere la fraternità – spiega suor Enrica – e ricordare alle persone che sono figli prediletti fatti a immagine e somiglianza di Dio. Questa è la bellezza dell’uomo, un’immagine che può venire sporcata da tante situazioni nella vita. La persona va solo aiutata a ripulirsi e recuperare la propria bellezza. Tra le intuizioni della fondatrice c’è poi quella che le persone vanno aiutate a crescere sviluppando i propri doni, che vengono dalla dignità di essere figli di Dio».
Elisabetta Vendramini è stata proclamata beata da papa Giovanni Paolo II il 4 novembre 1990. Oggi la congregazione da lei fondata si è espansa, anche se come molti ordini religiosi in Europa ora vive un momento di contrazione. Le suore appartenenti alla Provincia italiana sono oltre 300; l’Ordine è presente con un altro centinaio di religiose in Egitto, che fa Provincia a sé stante, e poi in Kenya, in Argentina e in Ecuador. Quasi metà delle consorelle italiane sono impegnate in opere caritative, educative e pastorali nel territorio padovano. E per le giovani? In via Falloppio c’è la comunità S. Sofia che cura in particolare la pastorale giovanile.