Idee
Se “il significato di una parola è il suo uso” (Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, § 43), il dibattito sul tema del “fine vita” in vista del nuovo voto in Consiglio Regionale del Veneto sembra viziato da un difetto interpretativo sostanziale.
Il fine vita, come indicato dal confronto mediatico, è infatti legalizzare il suicidio assistito, o questo tema porta con sé molti altri significati, dalla sedazione palliativa profonda alle cure palliative, dalle disposizioni anticipate di trattamento alla pianificazione condivisa delle cure, fino al consenso informato, questi ultimi tre elementi sanciti dalla legge 219/2017? Non a caso i Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto, insieme alla Commissione per la Pastorale della Salute, hanno consegnato al dibattito pubblico un documento il cui titolo è già una scelta di significato: Suicidio assistito o malati assistiti? (Venezia, 18 ottobre 2023).
Le invocate sentenze della Corte Costituzionale hanno definito la non punibilità – non la legalizzazione – dell’aiuto a morire, in ristretti casi definiti da quattro criteri. Quel documento ricorda che la sentenza 242/2019 è intervenuta su un caso specifico, ha tracciato limiti applicativi stringenti, ha ribadito la centralità del valore della vita e della dignità della persona e ha investito il Parlamento – non i singoli Consigli regionali – a pronunciarsi. Il nocciolo del dibattito del Consiglio sarà dunque capire se si vuole forzare questo piccolo spazio, in attesa di un intervento del Parlamento, o se si intenda restare nel perimetro indicato dalla Corte.
La Chiesa dal canto suo, sostenuta anche dal lavoro del pensiero teologico che ha unito negli ultimi decenni la riflessione bioetica a quella ecologica fino alle frontiere dell’intelligenza artificiale, è stata tra le prime voci a schierarsi contro l’accanimento terapeutico, fin dal 1980 con il documento Iura et Bona e più recentemente nel 2020 con Samaritanus Bonus. Rispetto all’indicazione di un’autodeterminazione individuale assoluta, ben diversa dalla autonomia relazionale, siamo altresì di fronte ad una questione che tocca la vita di tutti: i Vescovi del Triveneto leggono la vulnerabilità come una cifra insita nell’essere umano e la persona come “essere del bisogno”, dal pianto del neonato all’ultimo respiro di chi muore.
Da una cultura della cura (Francesco) e della vita (Giovanni Paolo II), in cui la libertà è a servizio di questa promozione, il piano scivoloso a cui siamo di fronte può portare, anche e soprattutto per ragioni di sostenibilità in tempi di finanze risicate, ad una cultura dello scarto (Francesco) e della morte (Giovanni Paolo II). È esattamente l’allarme del documento triveneto, che definisce il suicidio assistito “una scorciatoia”: il malato è indotto a percepirsi come un peso e la collettività finisce per giustificare il disinvestimento e il disimpegno nell’accompagnare il malato terminale. Non si tratta di limitati e singoli casi, ma di una frontiera che può aprire scenari sociali inediti.
Dal rischio dei decenni scorsi dell’ostinazione terapeutica non si sta velocemente passando al rischio opposto e solidale dell’abbandono terapeutico? I Vescovi nominano insieme i due pericoli e ricordano che, se non è possibile guarire, si può sempre alleviare il dolore attraverso le cure palliative: primo compito della comunità civile e del sistema sanitario è “assistere e curare, non anticipare la morte”, perché “il paziente inguaribile non è mai incurabile”.
Appare singolare che già diverse regioni ed enti locali abbiano recepito una proposta d’iniziativa popolare promossa da una singola associazione. Rispetto ad un processo di costruzione di una legislazione condivisa su un tema tanto delicato, appare quasi una resa della politica demandare l’intero dispositivo legislativo al lavoro di una singola associazione, pur con alcuni apprezzabili emendamenti e ritocchi. Un metodo di mediazione e di riduzione delle spigolosità più evidenti favorirebbe senza dubbio invece anche un clima meno polarizzato nell’opinione pubblica. Il documento del 2023 segnalava già il rischio di una “babele normativa” e di un esodo verso le Regioni più libertarie, e indicava per contro ciò che alle Regioni davvero compete: rendere operativi i Comitati etici richiamati dalla stessa sentenza – oggi poco diffusi e spesso convocati quando tutto è già stato deciso – e promuovere la diffusione delle cure palliative, la formazione del personale, la presenza degli hospice, anche nella forma domiciliare. È su queste competenze che si misura la serietà di una Regione.
L’augurio è che questo dibattito, da momento di scontro ideologico, possa diventare, anche per le comunità cristiane sovente divise come conseguenza delle appartenenze politiche, un momento di crescita e di dialogo rispetto a tematiche spesso dimenticate perché ritenute troppo complesse o divisive. In questa direzione va la richiesta dei Vescovi di favorire uno “spazio etico” nel dibattito pubblico, sulla scia del Comitato Nazionale per la Bioetica (Vulnerabilità e cura nel welfare di comunità, dicembre 2021), e di promuovere una coraggiosa cultura della vita nella logica di Laudato si’: “tutto è connesso” (n. 117). È la stessa logica che, come si diceva, tiene insieme bioetica ed ecologia.