Fatti
La ripresa dell’attività parlamentare cade proprio mentre il governo Meloni batte il record di durata del Berlusconi II, finora l’esecutivo più longevo della Repubblica. Detto per inciso (ma non troppo) ciò avviene senza che siano state introdotte modifiche costituzionali, ma semplicemente per le scelte degli elettori e per i comportamenti dei partiti. Il che ovviamente non è un motivo sufficiente per eludere il discorso sulle riforme, dato che la situazione che si è creata dopo le elezioni del 2022 è anche il frutto di una serie di coincidenze difficilmente ripetibili, a cominciare dal suicidio politico del centro-sinistra presentatosi diviso alle urne. Sarebbe però da irresponsabili non tenerne conto. Resta il fatto che la ripartenza sia scandita dalle tappe della riforma elettorale, al secondo passaggio parlamentare dopo il primo via libera della Camera. L’approdo all’Aula del Senato è in programma il 9 settembre, con il voto finale calendarizzato per il 15. A Palazzo Madama il voto è palese e questa circostanza dovrebbe evitare sorprese. Eventualità che invece bisognerà valutare alla Camera dove il testo dovrà tornare in seguito alle modifiche apportate dai senatori.
Che le regole e i meccanismi elettorali, pur decisivi, non esauriscano le possibilità offerte dalle scelte e dai comportamenti della politica lo sta dimostrando in queste settimane la vicenda innescata dall’irrompere sulla scena di Roberto Vannacci. Il paradosso è che questa novità è andata a terremotare quella parte del panorama politico che appariva più stabile e consolidata. Non è soltanto una questione di alleanze e di equilibri ideologici poiché le tendenze messe in luce dai sondaggi attribuiscono a Vannacci e soci percentuali tali da scardinare il funzionamento stesso del sistema messo in piedi per agevolare il bis di Giorgia Meloni. Per non parlare delle conseguenze dirette nei confronti dei principali alleati della premier, Forza Italia e Lega, la prima alle prese con i complicati rapporti con la famiglia Berlusconi, la seconda in caduta libera nei consensi e in crisi di leadership.
Non che nell’altro schieramento le idee appaiano più chiare, anzi. La prospettiva di dover indicare il candidato premier della coalizione – esito a dir poco probabile del processo di riforma – ha aperto da tempo una diatriba sul nome e sulle modalità con cui sceglierlo, dietro cui si cela un problema che va oltre la singola personalità. Si tratta infatti di individuare una soluzione che consenta di sommare effettivamente gli elettorati almeno dei due maggiori partiti dello schieramento – Pd e M5S – ed è un’operazione tutt’altro che scontata. Tanto più che in questo campo più o meno largo, così come del resto anche sul versante destro della mappa politica, gli elementi controversi non sono dettagli marginali ma investono le scelte fondamentali di politica estera. Un arco tematico in cui invece dovrebbero sussistere convergenze non solo all’interno degli schieramenti ma tra gli schieramenti stessi.
A breve poi bisognerà mettere mano (per la verità già ci si sta lavorando) alla manovra economica per il 2027 e torneranno in primo piano gli argomenti con cui governo e opposizioni si dovranno proporre agli elettori. Speriamo si parli in concreto di salari, fisco, sanità…e non di bandierine ideologiche.