Idee
Hanno deciso le fattorie sperdute, i pescherecci e la regione dei fiordi. L’Islanda non riaprirà il dialogo per l’adesione all’Unione Europea. Nel referendum il No ha vinto con 118.040 voti pari al 52,84 per cento, mentre il Sì si è fermato a quota 105.339 voti (47,16 per cento) più 897 schede bianche e 755 nulle. L’affluenza alle urne è stata comunque alta con 225.031 elettori (82,5 per cento).
La prima ministra Kristrún Frostadóttir commenta così: «Dobbiamo affrontare i prossimi mesi rispettando tutti i punti di vista. Considerato quanto sia ristretto il divario, è fondamentale che la posizione di tutti venga rispettata». Il 6 e 7 settembre arriva in visita ufficiale la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, perché in ogni caso l’isola gioca un ruolo strategico negli scenari della geopolitica.
Ma resta il verdetto che conferma il congelamento dell’adesione all’Ue. Era stata presentata il 23 luglio 2009, sospesa nel 2013 e addirittura ritirata all’inizio del 2015 con undici capitoli della procedura già chiusi. Gli europeisti islandesi restano confinati nel distretto di Reykjavik, con 140 mila residenti che in tutta l’Islanda non arrivano a 400 mila. Alla domanda «L’Islanda dovrebbe avviare nuovi negoziati con l’Unione europea?» nella capitale hanno risposto convinti in 42.964. Numeri ribaltati in tutti gli altri distretti…
Peccato che in ogni caso l’Islanda sia già nello “spazio Schengen”, partecipi al sistema di scambio di quote di emissione e di programmi di punta come Erasmus e Horizon. Con il paradosso di dover accettare quasi 9 mila atti normativi dell’Ue senza avere rappresentanza nelle stanze dei bottoni di Bruxelles.
Esultano così le destre populiste. Marine Le Pen da Parigi gongola: «Mentre alcuni spingono un maggior federalismo, l’Islanda ci ricorda che un’altra Europa è possibile, quella di nazioni libere e sovrane». Le fa eco Nigel Farage, che ritrova nel referendum islandese lo stesso esito percentuale della sua Brexit: «Congratulazioni all’Islanda per aver votato per mantenere la sua indipendenza». Di fatto, il “no” ha pescato nel settore cruciale dell’economia. Il settore ittico in Islanda vale l’8 per cento del Pil e sfiora il 40 per cento nelle esportazioni. E fra il 1958 e il 1976 la “guerra del merluzzo” con i pescherecci del Regno Unito aveva dimostrato l’orgoglio islandese nella difesa degli interessi in mare aperto.
Al di là del referendum, l’Islanda si mantiene come una sorta di “mosca bianca” che galleggia fra il Mare di Norvegia e la Groenlandia. Repubblica parlamentare indipendente dal 17 giugno 1944 (era Danimarca), due anni dopo entra nell’Onu.
È fra gli Stati che il 4 aprile 1949 hanno fondato la Nato, tuttavia non ha le forze armate. E vanta dal 16 luglio 2010 la massima libertà di espressione per legge: impunità per la pubblicazione online di informazioni riservate, compresi i segreti di Stato e, di conseguenza, rogatorie internazionali impossibili.
Un’isola felice, devota al luteranesimo della Chiesa nazionale, con la corona che resiste al 5 per cento di inflazione. Istruzione obbligatoria e gratuita fino a 16 anni, con oltre 3 mila laureati e il 3 per cento del Pil investito in ricerca. Primo Stato a certificare l’indipendenza dei Paesi baltici, fin dal 2011 riconosce ufficialmente la Palestina.
Bocciata di nuovo l’Ue, Reykjavik mantiene rapporti consolidati con Pechino. Dal 2013 l’Islanda è stata la prima in Europa a firmare un accordo di libero scambio con la Cina. Si concentra soprattutto sulla geotermia e le tecnologie ecologiche. Emblematico il China-Iceland Arctic Science Observatory, con base a Karholl, 66 chilometri da Akureyri…