Idee
A 84 anni, è sempre il “Professore Presidente”. Lucido e impegnato, appassionato e… interista.
«Oggi in Rai c’è una melma. L’amministratore delegato è stato nominato da Giorgia Meloni in persona. E in Rai ha l’80 per cento del potere. Vedi, ci sono dei generi che sono tipici del servizio pubblico: l’informazione e la satira. In una televisione asservita al potere l’informazione si indebolisce e la satira non c’è più…» esordisce Roberto Zaccaria, già professore di Diritto costituzionale all’Università di Firenze, consigliere di amministrazione (1977-1993) e poi presidente (1998-2002) della Rai, infine parlamentare eletto da Margherita, Unione e Pd.
Ora è presidente del Consiglio italiano per i rifugiati…
«Da dodici anni ormai. È una “costola” dell’Unhcr. L’avevo trovato in condizioni gestionali non ottimali e quindi, oltre a occuparmi dei temi dei rifugiati, mi sono occupato anche di fare il manager. In Parlamento ero stato vicepresidente della Commissione Affari Costituzionali, quella che si occupa dei diritti civili e dei rapporti con il Ministro dell’Interno. La questione dei rifugiati, del resto, rappresenta un pezzo importante della nostra Costituzione che è molto più avanti della Convenzione di Ginevra ovvero diritto di asilo per chi viene perseguitato. L’articolo 10 della nostra Costituzione afferma un aspetto più importante: offre il diritto di asilo a chiunque fugga da un Paese dove non sono garantite le libertà democratiche che abbiamo in Italia».
Ma l’Europa sembra sempre più votata a diventare una fortezza, giusto?
«Fino al 2015-2016 l’Unione Europea aveva grande apertura verso l’asilo e i rifugiati. Poi si spaventa, perché nel giro di un anno solo arrivano un milione e 200 mila persone tra Italia, Grecia e Spagna. E l’Europa anziché essere all’avanguardia nel diritto di asilo, comincia a essere in una posizione di frenata. Finché si arriva fino al pactum europeo per la migrazione approvato un anno fa: un programma nettamente regressivo. Personalmente, da cattolico, vorrei dire che le parole di papa Leone, e quelle di Fratelli tutti di papa Francesco, sono molto più avanti dei programmi politici dei governi che si sono susseguiti nel nostro Paese».
Anche la Costituzione è sotto scacco: cosa comporta la riforma della legge elettorale negli assetti democratici?
«La truffa non è tanto nel fatto del premio di maggioranza, ma nel testo in cui praticamente aggirando le regole delle fonti normative non si fa scattare una modifica con legge costituzionale. Ma approvando una legge ordinaria, vengono attribuiti al governo e al Presidente del Consiglio poteri assoluti…».
E come si reagisce, anche dal punto di vista politico?
«Oltre alla battaglia che faremo di mobilitazione e di ricorsi giurisdizionali, sono più che persuaso che i partiti del cosiddetto campo largo devono assumere il nome di “Alleanza per la Costituzione”, perché è il modo di distinguersi nettamente dal centrodestra. Non c’è nome più efficace!».
Qual è l’impegno dei costituzionalisti in difesa della Carta fondamentale della Repubblica?
«Recentemente ho dato vita a un gruppo che si chiama Costituzione e Democrazia, la più ampia associazione dei costituzionalisti. In Italia adesso sono circa 400 e noi abbiamo fatto un gruppo di circa 180. Non ho un ruolo “istituzionale”, non sono il presidente o il segretario, perché sono solo il coordinatore del gruppo WhatsApp. Abbiamo cominciato con l’appello Segre contro il premierato, raccogliendo l’intervento della senatrice a vita. Il premierato era una delle tre riforme costituzionali che il governo Meloni aveva messe in cantiere, con la riforma della giustizia e l’autonomia differenziata. Contrariamente a molti colleghi che ritengono che l’associazione dei costituzionalisti non si debba schierare quando ci sono temi controversi, la nostra opinione è che quando ci sono temi che riguardano gli assetti definiti dalla Costituzione, ci si deve schierare».
Riavvolgiamo il nastro: vent’anni in viale Mazzini. Una tv ben diversa allora…
«Faccio una premessa. La Corte Costituzionale in una sentenza del 1974 ha motivato chiaramente che gli organi direttivi della televisione pubblica non devono essere espressione prevalente del potere esecutivo. E ai tempi miei c’era una presenza politica: certo, la Rai era lottizzata, come si dice. Tuttavia era una lottizzazione di altissimo livello, con uomini di qualità eccelsa. Emilio Rossi, che era stato gambizzato, alla guida di RaiUno, e poi personalità del calibro di Albino Longhi, Emanuele Milano, Andrea Barbato, Massimo Fichera. E a RaiTre c’erano Curzi e Guglielmi…».
E il presidente della Rai assicurava i giornalisti nel loro lavoro, come nel “caso Nigeria-Eni”.
«Il mio compito era fare da scudo: la politica se la prendeva con me e io dovevo evitare che attaccasse l’informazione. Ricordo Silvestro Montanaro, che lavorava con Santoro, che a un certo punto si è messo a realizzare un programma tv sull’Africa. Scoppiò un oleodotto in Nigeria, perché i locali cercavano di “succhiare” il petrolio ma scatenarono un incendio pazzesco. L’Eni andò su tutte le furie per questo reportage che la Rai stava per trasmettere, anche sulle responsabilità dell’Eni in questa vicenda. Arrivò la telefonata: se mandate in onda quel programma, faremo una causa milionaria. Io a quel punto ho parlato con Silvestro Montanaro. Gli ho solo chiesto se avesse controllato le fonti delle sue informazioni. Lui ha risposto di sì e il reportage è andato regolarmente in onda».
Ma adesso la tv pubblica è, di fatto, monopolizzata. Dove sta la differenza?
«Questa è la cartina di tornasole: se tu fai una televisione indipendente e plurale, la politica non la cacci via, perché il servizio pubblico fa parte dell’organizzazione dello Stato. Ma la politica la devi governare e devi impedire che i politici possano attaccare direttamente i programmi,
perché così salta lo scudo della libertà, del pluralismo, dell’informazione. Perché la Rai è in una fase critica? Non per un fatto economico perché altri hanno più risorse, ma perché la libertà di espressione e l’indipendenza sono sempre meno tutelate».