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Chiesa IconChiesa | In dialogo con la Parola

mercoledì 16 Settembre 2026

L’amore non è un merito, ma un dono

XXV Domenica del Tempo ordinario (anno A) Isaia 55,6-9 Salmo 144 (145) Filippesi 1,20c-24.27a Matteo 20,1-16
don Riccardo Betto

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Qualche giorno fa ho incontrato una persona, che mi ha confidato la sua amarezza mista a rabbia. Infatti, aveva comunicato qualcosa di importante, si era messa a nudo anche con le sue fragilità con una persona che riteneva accogliente e intelligente e si è sentita invece spiazzata dalla freddezza, dall’indifferenza, dalla totale mancanza di empatia di questa. Nel racconto sono rimasto colpito soprattutto da una frase: «Ritengo di essermi posta nel modo giusto». Quel “giusto” si è conficcato nella mia mente e, quando mi sono messo a riflettere sulle letture di questa domenica, in modo particolare sul Vangelo, mi è tornato in mente il volto di questa persona e l’ascolto della sua esperienza. Riflettevo sul fatto che la parola “giusto” torna spesso nei discorsi che riguardano i nostri rapporti con il rischio che siano caratterizzati da tale “senso di giustizia” che, alla fine, è sempre soggettivo. In fondo, anche con Dio consapevolmente o inconsapevolmente usiamo questa categoria e “metro di misura”, coltivando l’aspettativa che almeno Lui sia “giusto”. I Vangeli di queste domeniche, tuttavia, ci stanno rivelando in modo sorprendente il pensiero, il cuore, la logica disarmante del Dio di Gesù Cristo. Infatti, seguire Gesù, accogliere fino in fondo il suo messaggio, contribuire a costruire una nuova umanità richiede la capacità di abbandonare alcune nostre categorie umane, di alzare l’asticella della nostra vita per “pensare non secondo gli uomini ma secondo Dio”. La parabola proposta diventa, quindi, una bella e sferzante provocazione per noi.

Credo che nessuno avrebbe agito o agirebbe come il padrone di quella vigna: si dimostra un pessimo imprenditore. Rischia di rimetterci, infatti, e di non aver più la garanzia in futuro di lavoratori per la sua vigna. Ma è proprio così? Mi sento di negare questa ipotesi perché ciò che sta a cuore al padrone di questa vigna è raccogliere l’uva prima che arrivino le piogge autunnali, che rischiano di compromettere la vendemmia, pigiarla, riempire il più possibile i tini per un vino prelibato. Ecco perché per ben cinque volte esce in una giornata per chiamare lavoratori per la sua vigna (all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre e alle cinque del pomeriggio). Esce più volte non solo perché vuole raccogliere l’uva per una vendemmia abbondante, ma perché desidera che più persone possibile possano avere l’opportunità di mettersi in gioco, di sentirsi desiderati e preziosi e di collaborare. L’entusiasmo di questo padrone di casa è contagioso e noi nel racconto parabolico accettiamo serenamente questo uscire di Dio per chiamare il maggior numero di persone a investire il proprio tempo e le proprie energie nella vigna.

La serenità lascia poi lo spazio all’insoddisfazione e allo sconcerto quando arriva il momento della paga. Probabilmente, a noi che ci accostiamo a questa narrazione ci è venuto, e ci viene, l’istinto di prendere immediatamente le difese degli operai della prima ora, cioè di coloro che hanno lavorato per ben dodici ore, dalle sei della mattina alle sei di sera. Qual è l’obiezione che ci abita e che in qualche modo rivendichiamo come se fossimo gli “avvocati difensori” di questi primi e fedeli lavoratori? Noi pensiamo che non sia giusto che siano trattati allo stesso modo. Dunque, quel “giusto” che torna e mi fa ricordare quando ho sentito e mi sono trovato a dire anch’io a Dio: «Non è giusto!». Proprio per questo, dobbiamo essere onesti e obiettivi e chiederci: ma il padrone è venuto meno all’accordo stabilito all’alba e con gli operai chiamati nelle ore successive? Assolutamente no: infatti, avevano concordato per un denaro e alla fine della giornata ricevono un denaro. Poiché avevano visto, essendo stati pagati per ultimi, in che modo erano stati pagati gli altri, probabilmente dentro di loro si aspettavano che sarebbero stati pagati
di più.

Proviamo a intravvedere in questa aspettativa anche ciò che in fondo desideriamo noi, che ci riteniamo gli “operai della prima ora”. Così, mi accorgo che spesso le problematiche e le rivendicazioni nascono quando ci mettiamo a confronto con gli altri, dimenticandoci ciò che ci è stato dato e ci viene dato in modo onesto e trasparente. Rivendichiamo, quindi, una “non giustizia”, ma in base a quali criteri? Credo che questa parabola metta a nudo il nostro approccio con Dio e come ragioniamo. Penso che spesso abbiamo pensato, detto o sentito frasi del genere: «Io faccio il mio dovere, seguo gli insegnamenti di Gesù e della Chiesa, sono una persona onesta e corretta con il prossimo, sono impegnato nella pastorale, mi aspetto che…». Oppure: «Perché lui che si è sempre comportato così, che ha criticato la Chiesa e che è stato lontano per anni viene accolto e amato allo stesso modo?». E quante altre frasi o pensieri simili pronunciamo con la voce o con il silenzio. È il “mormorio” contro il padrone, è la contestazione a Dio e alla sua logica. E così non ci accorgiamo che stiamo rivendicando il nostro “essere primi” come se ogni dono, ricompensa, merito o grazia sia un nostro diritto. Questa fede non libera, questa religiosità basata sui meriti e non sulla gratuità dell’amore rischia di renderci “ultimi”, cioè lontani dal cuore del Dio di Gesù Cristo. «Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?»: Dio è infinitamente libero dalla logica dei meriti, è Altro rispetto alle nostre aspettative e rivendicazioni, è Amore incondizionato e gratuito. Allora, sta a noi convertirci per assumere la sua logica, per rapportarci a Lui in modo nuovo perché, riecheggiando le parole del profeta Isaia, «i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le sue vie non sono le nostre vie».

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